fotografia

Foto-diario estate 2019 -fotografi PhotoMilano in viaggio

Questo foto-diario estivo dei fotografi di PhotoMilano – iscriviti a questo LINK al gruppo Facebook per partecipare – verrà aggiornato fino alla metà di settembre 2019.

Indice autori del foto-diario

Clicca sul nome per andare velocemente alla galleria corrispondente: Mimma LiviniAlessandra AntoniniRoberto CrepaldiClaudio ManentiPaola ChiastraGiovanni PaoliniAndrea MeleGiuliano LeoneSimona RicciDonatella SarchiniMassimo ZanderinRoberto ManfrediRoberto Crepaldi 2Massimo RonchiMichele De FuscoRoberto Manfredi 2Massimo Zanderin 2Nerella BuggioClaudio Manenti 2Antonio FumagalliCristina PapaCarla CervasioGiulio MontorioDonatella Sarchini 2Michele De Fusco 2Roberto Manfredi 3Alberto ScibonaMassimo Ronchi 2Mirko TorresaniAntonia RanaGiada CalamidaGiuliano Leone 2Corrado FormentiEmanuele CortellezziRoberto LongoniMauro LazzariDaniela LoconteFabiana BaccinelloAntonio Fumagalli 2Roberto Manfredi 4Cesare AugelloIsabella CatalettoDaniela Loconte 2Nerella Buggio 2 Giovanna PaolilloIsabella Cataletto 2

Verranno aggiunte gallerie da max 10 foto alla volta (precedute da un breve testo di descrizione) — ISTRUZIONI: inviate (via wetransfer a francescotadini61@gmail.com ) Le immagini in formato jpg per una grandezza massima sul lato maggiore di 1400 pixel, con o senza watermark a discrezione degli autori. I file nominati con Nome e Cognome autore + dicitura “PhotoMilano diario estate 2019” e numero progressivo. Il testo dovrà essere inviato insieme alle fotografie, sempre via wetransfer.


La Pétanque – di Isabella Cataletto

Jean Louis ha un fisico possente, tutto nervi e muscoli, uno sguardo virile e deciso di chi non teme niente. Tutte le sere, dopo aver scaricato quintali di fiori di lavanda nei depositi dell’industria più grande di profumi della Provenza a Saint Paul de Vence, sale sul suo camion e torna a casa. Tuttavia fa sempre strade diverse, si rilassa guidando fra i tornanti delle colline in fiore. Con i finestrini abbassati, si inebria al profumo che giunge a ondate dai campi blu viola di lavanda e di altri fiori gialli che trasporta continuamente ma di cui non conosce il nome. Ascolta Mozart e si abbandona a un sogno. Di questo non parla mai con nessuno. Sul sedile di fianco a quello del guidatore tiene due boules in acciaio. Non sa mai dove, ma sa che prima o poi troverà il punto in cui fermarsi. Cerca un campo di bocce perché è lì che scenderà dal camion, ricomporrà il suo aspetto virile e deciso dentro il suo corpo pieno di muscoli e farà un cenno al tipo già sul campo per poter giocare con lui a la pétanque. E’ quello di cui ha bisogno, da sempre, per tornare a casa stanco ma soddisfatto della sua giornata, come gli ha insegnato suo padre, un vero francese du Midi.


Ripa, Perugia – di Giovanna Paolillo

Ripa è una frazione di Perugia con poche centinaia di abitanti e un centro circondato da mura medievali, cui si ha accesso da due porte principali.

Entrare tra queste mura il giorno di Ferragosto con il sole forte e limpido di mezzogiorno è stato come addentrarsi in casa di altri, in un silenzio irreale rotto solo dal vociare di persone intente a preparare il pranzo.

Per il timore di poter disturbare questa intimità cammino cauta e stupita senza andare oltre la strada principale.

La sera dopo, guidata da un’amica che ha vissuto tra queste mura, riesco ad addentrarmi nei vicoli laterali. Attraverso il silenzio ovattato della notte scopro scale, portoni e una piazzetta fino ad arrivare oltre la porta opposta, su una terrazza che si affaccia sulla bellissima vallata umbra.

Tornando indietro ci accompagna lo sguardo protettivo di una Madonna attraverso il vetro polveroso di un’edicola e il gatto guardiano, che, disturbato nel suo sonno vigile dalla nostra presenza, ci guarda sospettoso e perplesso finché non ci vede uscire.


L’Ardia di San Costantino – di Nerella Buggio

L’Ardia è una corsa a cavallo che si corre a Sedilo OR – in onore di San Costantino la sera del 6 luglio e si ripete la mattina del 7.

La gente affolla la collina su cui è costruito il Santuario, in attesa che i fucilieri sparando le loro cartucce caricate a salve, annuncino la partenza della corsa. La corsa sfrenata è un momento emozionante e non privo di qualche rischio perché i cavalieri si lanciano giù dalla collina, passano attraverso la Porta di San Costantino e risalgono sino alla Chiesa. Arrivati alla Chiesa fanno 5 o 7 giri intorno alla Chiesa ed ogni volta sostando davanti all’ingresso i tre cavalieri che guidano la corsa, i tre pandelas, si fanno il segno della croce.

Ad un cenno della prima pandelas, i cavalieri continueranno la loro corsa, verso “sa muredda” una rotonda gremita di spettatori che vogliono immortalare un’emozione, un attimo di festa, sfiorare i cavalli, gireranno intorno a sa muredda e poi risaliranno alla Chiesa per assistere alla Santa Messa di ringraziamento, terminata la quale torneranno in paese, annunciati dagli spari dei fucilieri e festeggiati come i vincitori di una battaglia, eroi per un giorno.


Siena, Festa del Santo Patrono (Festa della Contrada) – di Daniela Loconte

A Siena, oltre i due appuntamenti di luglio e agosto con il famosissimo Palio, le contrade festeggiano la Festa del Santo Patrono.
Ciascuna delle 17 contrade in cui è suddivisa la città – numero rimasto immutato dal 1729 – ha un proprio Patrono e una propria chiesa a lui dedicata.
In occasione della sua festa, la contrada, armata di sbandieratori e tamburini, scende per le strade della città e attraversa tutte le altre: il GIRO.
In questo giorno – e solo in questo giorno – nelle contrade alleate il corteo viene accolto da due alfieri non in costume. Le Maestranze e gli alfieri della contrada celebrante entrano nella chiesa simbolo della contrada alleata e recitano un testo in latino mentre gli eventuali residenti nella contrada alleata ma appartenenti alla contrada celebrante, in questo giorno – e solo in questo giorno – possono esporre alle finestre la propria bandiera.
La contrada alleata offre, a tutto il corteo della contrada celebrante, un rinfresco rigorosamente preparato e servito da donne (gli uomini si occupano invece della sistemazione degli spazi).
A fine rinfresco il corteo procede il cammino per una nuova contrada.
Questo GIRO ha inizio alle otto del mattino e finisce alle otto di sera, orario in cui il corteo giunge in Piazza del Campo. Qui, sbandieratori e tamburini fanno un giro della piazza e in seguito, unitamente al corteo dei contradaioli, si recano nella propria contrada dove i festeggiamenti proseguono sino all’alba.

In queste foto la contrada celebrante è quella del Nicchio, il cui Santo Patrono si festeggia il 7 agosto (San Gaetano Thiene).
La contrada alleata è quella della Tartuca.


Cera una volta… E c’è sempre il Salento – di Isabella Cataletto

Un volo di 1h.30 e ti ritrovi in una terra antica, abbagliato dal sole, accarezzato da un venticello caldo, in mezzo a colori fra il verde e l’azzurro: il verde dei tanti ulivi rimasti nelle masserie, malgrado l’imperversare della xilella, che ha prodotto danni irreparabili al paesaggio salentino e l’azzurro blu turchese acquamarina dei due mari, lo Jonio e l’Adriatico che a S. Maria di Leuca si incontrano e ruggiscono impetuosi con onde fragorose sugli scogli del promontorio che forma il tacco dello stivale italiano.


Alcune delle immagini descrivono il paesaggio marino, in agosto vivacemente affollato da turisti e da abitanti pugliesi provenienti dai meravigliosi borghi interni che conservano, come in antichi scrigni, le preziose dorate facciate di palazzi barocchi e che si aprono su piazze ingioiellate da edifici centenari in luminosa pietra leccese decorata di fregi, stucchi e bassorilievi di antico splendore.


Nell’entroterra, la vita operosa dei salentini non si arresta neanche di fronte al disastro della xilella: gli agricoltori sono riusciti, dopo tre anni di battaglia contro la malattia che li ha costretti ad abbattere milioni di ulivi centenari, a innestare in nuove piante un ceppo di ulivo resistente alla xilella e le nuove piante hanno prodotto quest’anno per la prima volta bellissime carnose olive.


Le immagini raccolte in questo album mostrano il mare del Salento nella zona di Gallipoli, una perla barocca sul Mar Jonio e altre immagini mostrano la vita quotidiana degli anziani agricoltori nella Masseria Didattica di Sant’Angelo di Corigliano. Gli anziani proprietari, coadiuvati dal figlio Rocco e da sua moglie Ursula, offrono un soggiorno pieno di pace in un luogo che immerge subito in un’atmosfera ancestrale: silenziosi uliveti, frutteti, stalle con caprette, asini vegliati da festosi cani, la natura vive rigogliosa in mezzo ad antiche vestigia: un anfiteatro in cui avvengono ancora recite in lingua “grica”, l’antico linguaggio ereditato dalla Magna Grecia, monoliti chiamati Menhir, testimonianza dei rituali degli uomini del paleolitico.


La sera la Masseria si illumina e si accende con i suoni della pizzica: la danza di corteggiamento tradizionale salentina legata all’antica leggenda della Taranta: la persona morsa dalla Taranta, un grande ragno nero, perdutamente innamorata, non poteva cessare di ballare e solo ballando alla sfinimento avrebbe potuto uscire dall’incantesimo dell’innamoramento.


Girovagando per i fiordi della Norvegia – di Cesare Augello

Norvegia, il paese dei fiordi, dell’acqua dei salmoni. E’ un paese immerso nella natura, puoi guidare per ore e non incrociare altre auto; puoi navigare in mezzo ai profondi fiordi senza incontrare imbarcazioni ma sei immerso in un paese da favola; ti ritrovi tra fattorie e case in legno colorate di rosso o bianco e con i tetti coperti di erba o in un bosco con le piante completamente ricoperte di muschio e aspetti che ti si presenti da un momento all’altro una renna o un troll che con le sue 4 dita pelose ti indica il sentiero da percorrere!


Piccoli Principi: rane in Madagascar – di Roberto Manfredi

Si contano oltre 360 specie di rane in Madagascar, ma il numero è in continua crescita per le sempre nuove scoperte. Tutte queste specie, tranne 3, si trovano esclusivamente in Madagascar, un’ulteriore prova dell’incredibile quanto preziosa biodiversità di quest’isola.
Molte delle rane malgasce sono colorate e arboricole, e sono piccole, così piccole che per fargli una radiografia basta guardarle in controluce.

Se volete scoprire se qualcuna di esse è un principe sotto incantesimo, potete baciarle; non vi sono rane letali come nel centro e sud america. La natura in Madagascar è gentile, non vi sono animali velenosi, non vi sono animali pericolosi (a parte qualche coccodrillo…). Ma questa sua gentilezza è anche fragilità che la mette in costante pericolo.


Softball European Cup 2019 – di Antonio Fumagalli

Metti un sabato pomeriggio di fine Agosto e vieni a sapere che vicino a te, a Bollate, si disputa la finale della Coppa Campioni femminile di Softball. Allora controlli di avere le batterie cariche, la fotocamera e il telezoom pronti. Rintracci chi può darti informazioni sul campo e scopri che, a protezione di pubblico e altri addetti ai lavori compresi i fotografi, il campo è separato da una rete metallica per tutto il perimetro… Vai lo stesso, apri tutto il diaframma, lo sfuocato avrà delle ombre rettangolari ma, bellissima messa alla prova delle esperienze con Alessandro Trovati.
Sul campo si disputano la finale due squadre italiane: Bussolengo e Bollate che ha la fortuna di giocare in casa. In entrambe le squadre giocano atlete che con la Nazionale italiana hanno conquistato la qualificazione alle prossime olimpiadi. Le ultime quattro edizioni della Coppa Campioni le ha vinte Bussolengo. La partita è molto equilibrata, Bollate riesce a portarsi in testa e vi rimane fino alla penultima ripresa sul punteggio di 3 a 0, quando grazie ad un fuoricampo Bussolengo pareggia. Sul risultato di 3 a 3 si apre l’ultima ripresa, squadre molto attente a non sbagliare, Bollate riesce a conquistare la battuta e la terza base, poi all’ultima battuta palla che vola alta, presa al volo dalla difesa di Bussolengo, battitrice eliminata ma Bollate con la corsa dalla terza alla casa base piazza il punto vincente del 4-3.
Bollate per la prima volta è Campione Europea di Softball!


Saltinpiazza a Viarigi – di Fabiana Baccinello

A Viarigi, un paese astigiano (vedi MAPPA) sulle dolci colline del Monferrato, da ventinove anni, si tiene la manifestazione Saltinpiazza. Durante l’ultimo fine settimana del mese di agosto, saltimbanchi, giocolieri, illusionisti, equilibristi, cantastorie e musici, si ritrovano per dare vita nelle piazze, piazzette e vicoli a spettacoli suggestivi che affascinano bambini e adulti.


Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle – testo e foto di Daniela Loconte

Tempo fa ho visto una fotografia di questo luogo che però non indicava né una descrizione né una località.
Poi sono arrivate le vacanze che mi hanno portato in zona e un amico che, fra i vari luoghi da “non perdere assolutamente”, mi ha segnalato questo sito.

Il Giardino dei Tarocchi è una installazione permanente a cielo aperto.
E’ un parco artistico situato in località Garavicchio, frazione comunale di Capalbio (GR) in Toscana, ideato dall’artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle, popolato di statue ispirate alle figure degli arcani maggiori dei tarocchi.

Dall’esterno, all’arrivo, non si riesce a immaginare quale sorpresa ti attenda ma varcata la soglia (e pagato il biglietto) si apre una MERAVIGLIA, di forme, luci e colori.

L’artista, influenzata dalle bellezze delle città d’arte italiane, dalle chiese, dai Giardini di Villa d’Este e di Bomarzo e dal suo periodo spagnolo durante il quale ha potuto ammirare il Parque Guell di Antoni Gaudí a Barcellona – parco nel quale l’opera dell’uomo si sposa con quella della Natura – decide nel 1979 di realizzare questo progetto identificando nel Giardino il sogno magico e spirituale della sua vita.

Si dedica alla costruzione delle ventidue imponenti figure in acciaio e cemento ricoperte di vetri, specchi e ceramiche colorate per più di diciassette anni terminando i lavori nel 1996 e con una spesa di circa 10 miliardi di lire interamente autofinanziati.

In controtendenza rispetto il business che gestisce il turismo di massa nei luoghi artistici e di culto, decide che il suo Giardino debba essere un luogo metafisico e di meditazione. Lontano dalla folla e dall’incalzare del tempo, dove sia possibile assaporare le sue tante bellezze e i significati esoterici delle sue sculture.
Un luogo che faccia gioire gli occhi e il cuore. E così, per me, è stato.


In viaggio sul Trenino Rosso del Bernina – di Mauro Lazzari

Un viaggio lento sul trenino rosso del Bernina dove possiamo soffermarci a guardare la natura che ci circonda, passando da pianure di montagna in cui gli animali pascolano liberi senza preoccuparsi troppo dello sferragliare di questa strana cosa, a vette maestose dove un tempo i ghiacciai ne erano padroni ed oggi a causa dell’uomo si stanno sempre più ritirando mostrando la nudità delle vette.

Un viaggio che inerpicandosi intorno alle montagne ci permette di lasciar correre i nostri pensieri, dove, dopo ogni curva, il paesaggio ci dipinge quadri sempre diversi come se la mano veloce di un pittore volesse accompagnarci in questo viaggio.

Luoghi incantati dove laghi dal colorati di verde smeraldo riflettono nelle loro acque queste maestose montagne che sembrano volersi fondere con il cielo.

Un viaggio meraviglioso in un paesaggio che complice il tempo nuvoloso ha assunto una maggiore drammaticità quasi a volermi regalare delle emozioni in più che rimangono indelebili in queste immagini e nella memoria.


Barni – di Roberto Longoni

Ho conosciuto Giulia Caminada un paio di anni fa, durante una serata, dove presentava il suo progetto su Barni, suo paese natale.

Chiamarlo progetto fotografico non è propriamente esatto: lei stessa non si definisce fotografa, anzi, ha scelto la fotografia come strumento di ricerca, documentazione e comunicazione, ha acquistato la reflex solo per dare un senso compiuto all’idea di identità che voleva dare al lavoro. La fotocamera è stato solo uno strumento per registrare lo svolgimento del percorso, destinato a futura memoria, contenitore di sguardi, lineamenti, volti, atteggiamenti, divise e costumi d’arte e mestieri che ancora sanno di antico: questo è ciò che consente oggi la registrazione fotografica di una comunità, in parole povere: il censimento in immagine di un intero borgo.

Giulia nasce nel 1969 in provincia di Como. Ha conseguito la Laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano ed è professoressa di Materie Letterarie presso la Scuola Media di Asso, luogo di sperimentazioni culturali, educative e didattiche legate al territorio. Accanto alle attività di insegnamento svolge attività di ricerca linguistica e antropologica, ideando e coordinando una serie di progetti provinciali e regionali inerenti la cultura popolare.

Barni, Valassina, provincia di Como, 600 anime a formare 200 famiglie, o come si diceva un tempo: 200 fuochi. Un paese come tanti di un tempo che fu e pare lontanissimo, in Lombardia. Un paese sostanzialmente immutato, una comunità di pochi cognomi e tanti soprannomi. Una comunità chiusa su se stessa ma sempre solidale con tutti e in cui tutti si riconoscono parte di un ceppo antico. Una comunità in cui la lingua, quella antica che taluni si ostinano a chiamare “dialetto”, le tradizioni, il gusto dell’artigianato e il senso della (poca) terra sono rimasti sostanzialmente immutati in un mondo in vorticosa globalizzazione.

Giulia è per nascita e storia familiare cittadina di Barni, si propone, tra estetica, arte ed indagine sociale, di scrutare tra i volti dei compaesani e i loro atteggiamenti in posa. Si propone  di lasciare ai posteri un ultimo sguardo su una socialità ancora genuina ma in via di una inarrestabile trasformazione. Non il paese, non il tessuto urbano, non le vie e i monumenti a fare da sfondo alla ricerca, ma solo singoli sguardi, pose solitarie o di piccoli gruppi posti su fondo neutro, estrapolati dalle difese offerte dalle proprie mura domestiche.

Attraverso la collaborazione di referenti territoriali (Cultura Barni, Pro Loco, Protezione Civile, Gruppo Alpini) dal mese di luglio 2014 ha iniziato ad organizzare alcuni incontri volti alla realizzazione delle immagini. Al centro del paese, in prossimità della parrocchia, nel punto strategico di massima convergenza popolana, Giulia ha allestito il set delle riprese. Un solo, grande muro grigio neutro a curva infinitesimale, davanti al quale, singolarmente e/o a coppie o piccoli gruppi, nel dì di festa e di lavoro hanno posato gli abitanti del paese, cittadini semi-residenti o quanti hanno origini o si sentono di Barni. Ogni sguardo, ogni postura, ogni abbigliamento da lavoro racconta, lascia “impronte di una storia”, tutta raccontata attraverso le immagini di questa ricerca.

Le immagini di Giulia Caminada ora fanno parte del paesaggio urbano di Brani. Stampate su alluminio in grande formato, in una galleria a cielo aperto, le persone, gli oggetti e il loro costume dialettale tornano nelle vie, perché continui, si concluda e ricominci il gioco identitario di una comunità. Il visitatore che segue il percorso fotografico incontra l’identità di un intero paese attraverso le immagini collocate lungo le vie. La galleria fotografica “Un Paese in posa” contribuisce in modo concreto e positivo a riscoprire il valore dell’individuo e dei suoi oggetti nella comunità. Per chi vuole portarsi a casa un ricordo il progetto completo è disponibile su catalogo edito da Silvana Editoriale. Nei negozi del paese oppure on line.

Il censimento fotografico o l’idea stessa di una classificazione iconografica di massa è idea che viene da un lontano passato, confusa tra tecnica, arte e sociologia.

Fu tentata (con scarso successo)  nella Francia post imperiale  della seconda metà dell’800, con il fine antropologico di determinare con l’ausilio della nuova tecnica fotografica e della scienza lombrosiana la tipologia fisiognomica media del vero  francese,  ovvero, del genuino discendente di Asterix il gallico.

In Germania, August Sanders fece da caposcuola con la ricerca “Uomini del Ventesimo secolo”. Iniziò nel 1914 a ritrarre il popolo tedesco classificandolo in tipologie. Osteggiato dal regime Nazista, il libro uscito nel ’29, creò molti problemi all’autore e venne in parte distrutto dalle autorità. Oggi è considerato uno dei prodotti più straordinari della fotografia oggettiva.

Negli Stati Uniti, ai tempi della grande depressione venne fondata la “FARM SECURITY ADMINISTRATION”. Fu in principio un semplice ente assistenziale destinato alle aree agricole depresse del profondo Sud. Una grande equipe di fotografi venne inviata in quelle zone con il compito di censire, far conoscere la realtà della crisi in tutto il paese e raccogliere fondi di sussistenza. Furono scattati così migliaia di ritratti di poveri agricoltori, di bimbi macilenti, di donne avvizzite dalla pellagra che ancor oggi, divenute immagini di una arte sociologica, sono la più genuina testimonianza degli stati americani e della storia stessa degli USA.

Nel 1953 il fotografo statunitense Paul Stand si diresse a Luzzara per ritrarre quella comunità che Cesare Zavattini, natio di quel piccolo luogo della Bassa reggiana, gli aveva suggerito come scenario ideale per documentare in presa diretta l’Italia più vera e genuina. La collaborazione tra i due portò alla nascita di “Un Paese”. Al di là del significativo intreccio di arti e culture diverse, rappresentò in quel tempo uno spaccato storico e sociale dell’Italia del dopoguerra.

Per dovere di cronaca voglio citare i progetti “The Americans” di Robert Frank, uno sguardo moderno e distaccato della società americana, creato con uno stile reportagistico oggi consolidato grazie al piccolo formato, di difficile comprensione per l’epoca, e “The Family of Man”, mostra voluta da Edward Steichen, allora direttore del MOMA. Concepita negli anni ’40 ed esposta nel ’55, la mostra, innovativa per l’epoca, racconta la vita famigliare nel mondo, presentata con citazioni letterarie, filosofiche e religiose.


Chiesa di San Giovanni Battista a Mogno – di Emanuele Cortellezzi

La Chiesa di San Giovanni Battista a Mogno una frazione del comune di Lavizzara in Valle Maggia.
Fu edificata, non senza polemiche, nel 1987 dall’architetto Mario Botta al posto di quella vecchia risalente al 1636 distrutta da una frana nel 1986.
Il gioco delle linee che nel pomeriggio si interseca al gioco delle ombre cattura l’occhio e la fantasia….il resto lo ha fatto un obbiettivo 8-16 spezzo poggiato a terra…un grazie all’amico photomilanese Roberto Longoni che mi ha fatto scoprire tanta bellezza


Ripatransone, un borgo perso nel tempo – di Corrado Formenti

Ripatransone (Ascoli Piceno), un borgo medievale arroccato a 494 mt. sulle colline Marchigiane del Piceno, con una fantastica panoramica a 360 gradi sul Mare e sugli appennini, fin ai monti Sibillini e perfino si può scorgere il Gran Sasso d’Italia. Non per altro può fregiarsi del soprannome di “Belvedere d’Italia”.

Un borgo rimasto “sospeso” nel tempo, dove poter assaporare una qualità della vita lenta e tranquilla. Un borgo con il suo dedalo di vicoli e vicoletti, infatti Ripatransone è anche celebre per il Vicolo più stretto d’Italia. Ben 43 cm! Ci si passa solo di traverso! Non poteva mancare, in questa piccola collezione di fotografie.

Deve essere proprio un piacere poter godere di così belle visioni, di colline dolci, di colori, di strade che si perdono tra i colli, una volta vedi il mare, e subito dopo le montagne.

Buon cibo, buon vino, spettacolari viste mozzafiato… Ripatransone, una delle tante perle di questa bellissima Regione Marche, a sua volta patrimonio turistico e culturale (culinario l’ho già detto!) del nostro bel Paese Italiano.


Festa della Madonna Bianca di Portovenere – di Giuliano Leone

Il 17 agosto di ogni anno a Portovenere si festeggia la ricorrenza della Madonna Bianca. Dal tramonto in poi tutto il promontorio roccioso con incastonata l’antica chiesa di San Pietro viene illuminato esclusivamente da quasi duemila lanterne a fiamma libera (i cosiddetti padelloni) appoggiate sulla pietra, creando uno spettacolo a dir poco suggestivo. Cui si aggiungono le luci delle barche che si danno appuntamento nel canale che divide la terra ferma dall’Isola Palmaria, fin dietro la grotta intitolata al poeta Byron. Dall’alto, dalla chiesa di San Lorenzo, quando si fa proprio buio e rimane solo il riverbero delle fiamme che con il crescere del fumo rende tutto più irreale, inizia a scendere la processione. La teca illuminata contenente l’effige della Madonna Bianca e gli ex voto è preceduta da tre grandi crocifissi, in particolare uno, sorretti a fatica dai portatori, i quali man mano la processione avanza si danno il cambio. Un’operazione delicata e altrettanto faticosa, tuttavia corale, in quanto si deve prima abbattere il crocifisso sopportandone il peso e poi riportarlo in posizione eretta coordinando la spinta delle braccia.

Accenno soltanto l’origine della festa. Tradizione vuole che nell’agosto del 1399 un certo Luciano, mentre pregava, si accorgesse di una vecchia e sbiadita icona mariana lì nei pressi che riprendeva forma e colore, per poi comunicargli un messaggio in forma scritta che invitava alla preghiera e alla conversione. Naturalmente l’intero paese gridò al miracolo e sembra che il fatto sia stato persino certificato da un notaio. Da quel momento la reliquia venne portata in processione e custodita nella menzionata chiesa. Tutto ciò a beneficio dei credenti o prossimi alla conversione, come il messaggio auspicava. Per i non credenti, tra cui mi annovero, rimane comunque l’eredità di una notte, mi spingo a dire, davvero magica.

Non particolarmente attratto dalle cerimonie religiose, se non per il loro contenuto espressivo e per così dire sociologico, pur essendo quasi indigeno ho assistito solo un paio di volte alla Festa della Madonna Bianca di Portovenere, e sempre dal mare. Questa volta, per ragioni pratiche (il rischio di collisione è sempre più alto…) ho preferito una full immersion, nel vero senso della parola, però con i piedi a terra e munito di fotocamera, la reflex tutto fare che mi porto nelle trasferte, a mano libera come si evince, e imponendomi di dimenticare il flash.

Non riesco a quantificare, ma il lungomare e più sopra il “caruggio” parallelo che portano alla chiesa fino al piazzale davanti a San Pietro sono stati per circa quattro ore, non esagero, un’unica compattazione in lento movimento di corpi umani. Tipo pellegrinaggio alla Mecca. A beneficio, in questo caso, di venditori di focaccine in tutti i modi, fritti misti in coni di carta con stecchino per infilzarli, penne, fusilli e orecchiette al pesto in bicchieri però di plastica, con forchettina – di plastica pure lei. Questo il vero miracolo: economico. Io ho preferito concentrarmi, fotograficamente parlando, sulla parte diciamo più nobile (non che lo pancia non lo sia, ma di questi tempi la si confonde troppo con il cervello, che sta più in alto): quella del fuoco e del Cristo sulla croce.
Giuliano Leone.


Vieste – di Giada Calamida

La percezione che abbiamo sullo scorrere del tempo è data dal vissuto della coscienza che non tiene conto del tempo oggettivo ma piuttosto delle emozioni provate.
Durante la mia vacanza ho giocato un po’ con i tempi di esposizione a mano libera, ho voluto provare a rappresentare lo scorrere del tempo. Vieste splendida cittadina, si è prestata a farmi da sfondo in questo progetto.


Un’estate ai laghi – di Antonia Rana

La provincia di Varese è nota anche come la provincia dei sette laghi. In realtà i laghi, fra piccoli e grandi, sono una decina. Alcuni balneabili, altri in passato fortemente inquinati ed ora in via di recupero ma non balneabili. Tutti offrono, in modo diverso, occasione di svago, sport, relax. Queste foto sono state scattate nella settimana di ferragosto girando per I laghi varesotti: lago Maggiore, lago di Varese, Ceresio, di Brinzio, di Ghirla, di Monate e di Comabbio, qualcuno al sole, qualcuno con le nuvole, uno sotto una pioggia battente che ha tenuto lontani i bagnanti. Su alcuni, guardi la spiaggia e sembra di stare al mare, ma all’orizzonte ci vedi le montagne. Su altri, ti sembra di starci, in montagna.


Svanezia (Georgia) e festa del Kiviriroba – di Mirko Torresani

Regione della Svanezia in Georgia (vedi MAPPA). I georgiani sono molto religiosi e mantengono bene le loro tradizioni da secoli. La particolare
festa del Kiviriroba è la loro celebrazione annuale più significativa. All’alba molte persone si incamminano su un sentiero ripido, nel bosco, per giungere a una piccola chiesa posta su uno sperone roccioso dove un toro verrà sacrificato. La loro religiosità lascia comunque spazio ad autentici momenti di baldoria di origine pagana con prove e giochi goliardici… come, ad esempio, il sollevamento di grandi massi e di grosse campane con l’obiettivo di farle suonare.


Genova: a 15 miglia tartarughe e cetacei – di Massimo Ronchi

Caccia fotografica ai cetacei. Da Genova partenza per il santuario dei cetacei, arrivati alla distanza dalla costa di circa 15 miglia se si è fortunati si possono avvistare, stenelle, caretta caretta, globicefali, balenottere comuni e tanto altro.


GiocAosta 2019 – di Alberto Scibona

In piazza Chanoux, la principale piazza di Aosta, si svolge l’annuale manifestazione GiocAosta, festa del gioco giunta quest’anno alla undicesima edizione.

L’iniziativa, voluta e organizzata da “Aosta Iacta Est”, associazione di volontariato costituita da “persone che hanno voglia di giocare” – come amano definirsi – pone al suo centro il gioco intelligente, che significa – come recita il manifesto dell’Associazione – “gioco di società, gioco di interpretazione, di scacchiera, di ruolo, di carte, di strategia e, quindi, ogni gioco che stimoli l’intelligenza, il confronto e l’agonismo divertito”.

I giochi, con i quali il pubblico si cimenta durante l’evento, appartengono alle più svariate categorie. Si passa da quelli tradizionali, come gli scacchi, il calcio balilla e il tiro a segno, a quelli più innovativi che gli sviluppatori propongono al pubblico di appassionati. La piazza, durante i quattro giorni della manifestazione, si trasforma in una grande ludoteca dove si possono trovare giochi di ogni tipo, da quelli per i più piccoli, fino a quelli complessi e impegnativi, adatti a spremere le meningi di giocatori navigati ed incalliti. Giocano tutte le età: infanti, adolescenti, adulti, pensionati e bisnonni. E tutti si divertono come i matti snobbando, una volta tanto, smartphone, playstation, giochini elettronici e altri strumenti di rimbambimento di massa. Giocano con le mani, con la carta, con il legno, ma soprattutto con il cervello e con altri giocatori in carne ed ossa. Giocano nella giusta convinzione che, per il gioco come per la vita, valga il motto di GiocAosta: “Invecchia solo chi smette di giocare”.


Madagascar, piccoli mostri – di Roberto Manfredi

Hanno l’aspetto di mostri alieni, con i due occhi sporgenti che si muovono indipendentemente uno dall’altro, con quell’arma micidiale che è la lingua lunghissima, più del loro corpo, con il loro incedere ondeggiante che li fa sembrare foglie al vento. E con la loro camaleontica capacità di cambiare colore. E in effetti la maggior parte di loro vive in Madagascar che, con le sue forme di vita così inconsuete, più che un isola sembra un altro pianeta.

Vi sono circa 200 specie di camaleonti nel mondo e di questi quasi la metà si trova esclusivamente in Madagascar. Dal minuscolo brookesia, che non supera i 3cm coda compresa, al camaleonte di Parson, che arriva a 60cm, nonostante l’aria così indolente sono tutti micidiali predatori, che catturano gli insetti di cui si nutrono, letteralmente in un lampo con la loro lingua appiccicosa.


Il castello di Masino – di Michele De Fusco

Il castello di Masino in una posizione strategica domina la piana del Canavese da oltre 1000 anni (vedi MAPPA).
Inizialmente adibito a fortezza, posseduto fin dalle origini dalla famiglia dei Conti Valperga, nel corso dei secoli la famiglia convertì il Castello in residenza aristocratica, poi in elegante dimora di villeggiatura.
I saloni affrescati e arredati con sfarzo, le camere per gli ambasciatori, gli appartamenti privati, i salotti e le terrazze panoramiche raccontano il glorioso passato.
Intorno, un monumentale parco con uno dei più grandi labirinti d’Italia, un maestoso viale alberato, ampie radure e angoli scenografici che a primavera si inondano di eccezionali fioriture.


Palio delle Barche 2019, Passignano sul Trasimeno – di Donatella Sarchini

28 luglio 2019 – Il Palio delle Barche si svolge ogni anno a Passignano sul Trasimeno, la domenica pomeriggio dell’ultima settimana di luglio, per rievocare la storica fuga in barca degli Oddi asserragliati nella Rocca di Passignano durante la lunga guerra tra gli Oddi e i Baglioni – due potenti dinastie nobiliari che a quei tempi, nel 1495, si contendevano sanguinosamente il dominio del territorio perugino.
I 4 Rioni storici del Borgo di Passignano – Centro Storico, Centro Due, San Donato e Oliveto – si sfidano in una competizione che prevede sia un percorso in acqua (regata) che un percorso a terra, durante il quale gli equipaggi delle imbarcazioni percorrono di corsa i vicoli e le scalinate del Borgo portando in spalla le tradizionali barche di legno fino a raggiungere la maestosa Rocca che dall’alto domina il paese, per poi ridiscendere sempre di corsa verso il Lago e cimentarsi nella regata finale, al termine della quale verrà proclamato il Rione vincitore.
Il Palio delle Barche attrae sempre un vasto pubblico, e sul lungolago del paese si accalcano non solo gli abitanti di Passignano ma anche quelli dei paesi dell’intera provincia, compresi i numerosi turisti in vacanza sul Trasimeno e dintorni.
L’agonismo è alle stelle, e la partecipazione del pubblico è numerosa e appassionata nonostante la temperatura torrida del pomeriggio.
Di solito il Palio delle Barche si svolge con 40 gradi all’ombra, luci e colori sfavillanti sotto il sole a martello e il Lago azzurro e tranquillo, quasi privo di onde. 
Quest’anno invece, per la prima volta in 36 anni di storia del Palio, le condizioni meteo erano veramente avverse.
Vento molto forte, temporale con pioggia a tratti, e soprattutto il Lago molto agitato, con moto ondoso contrario al senso di percorrenza della regata.
Ma gli eroici equipaggi dei 4 rioni non si sono certo persi d’animo.
Anzi, il Palio si è svolto persino con maggior agonismo che in passato, forse proprio in segno di sfida all’inclemenza degli elementi.
Credo che almeno una volta nella vita valga la pena di assistere al Palio delle Barche, perché è una gara davvero emozionante, soprattutto nel momento clou della corsa “barca in spalla” tra le strade e le case del paese.

Nota dell’autrice: Alcune immagini sono volutamente mosse e/o pittoricamente elaborate perché nel raccontare l’evento mi sono concentrata soprattutto sul movimento e sulla velocità, cercando di rendere visivamente il dinamismo della competizione e l’agonismo che la anima.


Lido di Camaiore, un fine settimana di inizio estate – di Giulio Montorio

A noi che siamo gente di pianura
Navigatori esperti di città
Il mare ci fa sempre un po’paura
Per quella idea di troppa libertà 

Umberto Tozzi – Gente di mare


Viaggio a Bologna – di Carla Cervasio


Rifugio degli Asinelli – di Cristina Papa

In un caldo ed afoso week-end d’Agosto, visitando alcuni paesini della provincia di Biella, siamo venuti a conoscenza del Rifugio degli Asinelli (vedi MAPPA).
Da un veloce consulto su Google, io e mio marito siamo stati attratti e incuriositi da questa fantastica iniziativa e ci siamo recati sul posto dove abbiamo trovato un rifugio molto curato, situato in una posizione bellissima e con uno staff straordinario.
Il Rifugio è la sede italiana del Donkey Sanctuary, ente internazionale impegnato dal 1969 nella difesa di asini e muli di tutto il Mondo.
Nel centro di Sala Biellese (BI) si prendono cura quotidianamente di 125 asini e muli (molti di essi salvati da situazioni di maltrattamento e abbandono) provenienti dall’Italia, Romania, Francia, Svizzera e Grecia.
Per chi fosse interessato c’è la possibilità di adozione a distanza degli asinelli.


Sardegna come un’adolescenza – di Antonio Fumagalli

“Da un lato è Capo Figari… dall’altra parte è Tavolara, un’isola che dicono deserta, e proprietà di un tale che ci va per la caccia. Tavolara forse viene da tavola, e veramente è un enorme blocco calcinoso…

Lunghi gemiti, anche, rompono l’aria fredda come frattura proprio dell’aria: bianchi uccelli che si spiccano in volo e si rituffano ogni tanto: albatri, gabbiani… E abbracciano invisibili compagni…

E’ strano; anche questo mare è chiuso da ogni parte. Un circolo d’acqua tra isole; molle come acqua di lago: con una sottile terra d’istmo sull’orizzonte più lontano.

Una strana isola Caprera coi suoi pinastri selvatici.

E la tristezza di una battaglia perduta è in queste ultime ore del nostro viaggio.”

Cit. Elio Vittorini, Sardegna come un’infanzia.

Come un’adolescenza, per me: il mio primo viaggio allora sedicenne, in Sardegna; con un gruppo di amici. In treno fino a Civitavecchia e poi in traghetto, così si risparmiava sul biglietto emesso dalle Ferrovie dello Stato, sbarcando di fronte a Tavolara. La costa percorsa con gli autobus, fermate di fronte a spiagge d’incanto, alla ricerca di un posto dove accamparsi.
Incanto che ancora oggi, dopo più di quarant’anni, rivivo. Tavolara, immobile come una roccia verrebbe da dire, ti dà ancora il benvenuto prima di sbarcare, insieme ai gabbiani: veleggianti aquiloni senza fili. Un’altra costa ci attende. Oasi ricche di acqua e verde vegetazione; quinte che si aprono su spiagge bianche di dune: Capo Comico, la riserva naturale di Bidderosa. Sabbia, ramoscelli che cercano di sopravvivere alla luce accecante. Azzurro, bianco, verde: colori che giocano a sfidarsi per avere la meglio. Anche il grigio di un giorno di pioggia che ci sorprende sulla spiaggia di Orvile, con alle spalle lo stagno su cui si affaccia l’antico abitato di Posada. I contrasti di rami che si aggettano sullo sfondo di azzurro e smeraldo: Maddalena e Caprera.
Le ultime ore del nostro viaggio. – Antonio Fumagalli


A spasso per Berlino – di Claudio Manenti

Una nuova meta scoperta con le donne di famiglia ed un amico, molto disponibile a sopportare i nostri ritmi. Non mi ha entusiasmato da subito, perché non ho trovato il contrasto tra vecchio e nuovo che pensavo fosse alla portata del primo turista che arriva in città. Credo abbia un notevole potenziale da scoprire, perché dove c’è ordine, i mezzi funzionano fino a tarda ora, ti senti sicuro e i giovani sono sempre in giro e non fanno danni, la città ha un potenziale umano e fotografico. Dopo qualche settimana riguardo gli scatti e senza andare sulle classiche visioni da cartolina, ho raccolto alcuni frame a me cari, per ricordare questo viaggio a Berlino.

Grazie a Elena, Silvia e Mauro per avermi accompagnato in questo primo tour di Berlino.


Cuglieri, le donne di Santa Maria – di Nerella Buggio

“… Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto” Charles Pèguy – L’argent – 1914

Cuglieri (Oristano) – Ogni venerdì, fedeli al loro impegno, lavano enormi statue in marmo con acqua e sapone di Marsiglia, sbattono i tappetti, lucidano gli argenti, si arrampicano come stambecchi su altari per togliere la polvere che il maestrale ha adagiato sui marmi, per raccogliere i petali dei fiori che appassendo cadono sulle tovaglie di lino immacolate e ricamate da mani esperte.

Sono le “donne di Santa Maria”.

Conoscono il nome dei Santi che dai loro basamenti in marmo da secoli vegliano sulle gioie e sui dolori del popolo, ne conoscono la storia e si stupiscono che alcuni di questi nomi siano sconosciuti a noi che veniamo “dal continente”. Così, pazienti come una maestra con un alunno impreparato, ti raccontano la storia di Santa Imbenia che subì il martirio sotto Diocleziano a causa della sua fede, accendono solo per te la luce che illumina il suo altare perché tu possa vederla, poi ti regalano la sua immaginetta perché tu non possa dimenticarla, e riprendono il lavoro interrotto.

In occasione della festa patronale che si rinnova ogni anno con festeggiamenti dal 5 al 7 agosto, ogni cosa è pulita con più attenzione, come quando si rassetta casa nelle grandi occasioni. Del resto si festeggia Santa Maria della neve, la Basilica si illumina a festa, i fuochi d’artificio celebrano la parte laica della festa e il triduo di preghiera e le celebrazioni eucaristiche la parte religiosa.

Si racconta che nel XIV secolo alcuni pescatori trovarono in mare a Santa Caterina la statua della Madonna con Bambino. Decisero di caricarla su un carro trascinato dai buoi per portarla alla Chiesa parrocchiale. Ma giunti davanti alla Chiesa i buoi non vollero saperne di obbedire al carrettiere e non si fermarono. Passava una donna con un bambino tenuto per mano e disse ai carrettieri di lasciare andare i buoi, prima o poi si sarebbero dovuti fermare.

I buoi proseguirono il cammino sino a fermarsi in cima al Monte Bardosu. Questo fu interpretato come un segno e qui fu edificata la Chiesa. Un’altra leggenda racconta che i lavori furono affidati ai Pisani che non riuscendo a terminare l’opera diedero fuoco alle impalcature. Quando i Cuglieritani salirono al monte per spegnere il fuoco si accorsero che le fiamme non avevano consumato il legno delle impalcature e così decisero di terminare da soli la costruzione della loro Chiesa.

Sta di fatto che la Basilica della Madonna della Neve si erge in cima del Monte Bardosu, dal sagrato lo sguardo si perde sino al mare. In molti si avventurano fin qui su, per aver letto di lei qualche notizia sulla Lonely o per averla vista da lontano, bianca, scintilla al sole e sembra attenderti a braccia aperte.

Per la festa patronale illuminata è un richiamo a cui non si può resistere.

Le donne dopo aver terminato il loro lavoro, fanno una pausa per il caffè, posano secchi e stracci e prima che il campanile suoni le dodici tornano alle loro case. Certe di aver fatto in silenzio un lavoro ben fatto, quello che c’era da fare e nulla di meno. Tutto è pronto perché si rievochi la storia.

Quanto lavoro c’è dietro a una Basilica accogliente, ordinata e pulita – dico loro e mi sento rispondere – Lo facciamo per Santa Maria


Tangeri – di Massimo Zanderin

Tangeri, città a nord del Marocco e residenza estiva del re, la Medina è la zona più visitata della città e vi è una sezione fortificata chiamata Kasbah, con i suoi mercati, la sua cucina tradizionale e i suoi mille vicoli dove è facile perdersi, Tangeri, anche chiamata la città bianca.


L’isola dei lemuri – di Roberto Manfredi

Il Madagascar si staccò dal continente africano circa 140 milioni di anni fa. Rimasto da allora in quasi totale isolamento l’evoluzione, su quest’isola, prese strade diverse dal resto del mondo, creando qui una natura singolare.
Così i primati, che altrove l’evoluzione plasmò in scimmie, qui divennero lemuri, animali prevalentemente arboricoli, accomunati dai grandi occhi ma di forme e dimensioni molto diverse; dal microcebo, grande come uno scoiattolo, all’indri che pesa una decina di chili (senza contare le specie estinte a causa della pressione antropica, tra cui l’archaeoindris, delle dimensioni di un gorilla).
Si contano oggi un centinaio di specie di lemuri, tutte minacciate di estinzione, come la maggior parte delle specie endemiche del Madagascar.
Sono animali intelligenti che, nelle riserve, divengono spesso confidenti, al punto di saltare spontaneamente sulle spalle dei turisti!


Comacchio e la sua acqua – di Michele De Fusco

“… e la città ch’in mezzo alle piscose paludi, del Po teme ambe le foci, dove abitan le genti disiose che ‘l mar si turbi e sieno i venti atroci”
Ludovico Ariosto

Un piccolo borgo, Comacchio: una piccola Venezia, con i suoi canali e piccoli ponti.
Un territorio vasto dove l’acqua la fa da padrona, mare valli e canali sono lo scenario principale di questa cittadina dove sorge e tramonta il sole.
Le Valli ospitano la più grande varietà di avifauna d’Italia: sono presenti infatti più di 300 specie di uccelli come i fenicotteri, il cavaliere d’Italia, la garzetta, l’airone cenerino e il martin pescatore. Inoltre vi sono pesci come orate, anguille, branzini, cefali, passere e molti mammiferi quali volpi, nutrie e lontre.


Bologna – di Massimo Ronchi

Bologna città storica, bella, piena di vita, ma anche la Bologna della strage del 2 agosto 1980. Città dalle stupende opere d’arte, con le sue torri… la più famosa è quella degli Asinelli…


Lago Maggiore – di Roberto Crepaldi

Il lago Maggiore, come uno scrigno, contiene emozioni intense e indimenticabili da 46 anni


Il Madagascar non è Africa – di Roberto Manfredi

Il Madagascar non è Africa. Ho sentito spesso questa frase nei miei viaggi in Madagascar. Ed è vero, per diversi motivi; non solo per la flora e la fauna uniche di quest’isola, ma anche per il popolo che la abita. Che i malgasci non siano africani lo si nota subito, perché i loro lineamenti sono decisamente asiatici. I merina, la prima etnia a popolare il Madagascar circa 2000 anni fa, e che oggi popola gli altipiani centrali dell’isola provenivano dalla Malesia. I tratti asiatici furono poi mitigati da immigrazioni di origine africana soprattutto lungo le coste, ma la lingua e la cultura malgasce continuano a rispecchiare le origini di questo popolo.


Massimo Zanderin – Tarifa

Tarifa, terra di confine tra il mar Mediterraneo e l’oceano Atlantico . Passare una giornata con vento di ponente (tipico vento che giunge dall’oceano) in una spiaggia pubblica vedi tanta gente che nella sua semplicità passa il tempo divertendosi o rilassandosi, a voi le immagini.


Donatella Sarchini – Paesaggi in corsa da Milano a Olbia (vacanze giugno 2019)

Per me ogni spostamento è sempre un duplice viaggio, un percorso che coinvolge corpo e mente, da registrare sia con lo sguardo fisico che con quello interiore.
Ci sono percorsi che conosco come le mie tasche, perché li ho fatti decine di volte, eppure al momento della partenza sono sempre emozionata come se fosse la prima volta, perché non so mai quali immagini e quali pensieri mi verranno incontro sul tragitto.
Mio marito ed io ci alterniamo alla guida, e quando è lui al volante ecco che prende il via il mio viaggio fotografico – ovviamente con smartphone e fotocamera compatta, perché i veicoli cavalcati dal mio sguardo devono sempre essere molto agili e versatili, per meglio adattarsi alle mie acrobazie on the road atte a cogliere al volo visioni tanto rapide quanto irrinunciabili.
Ed ecco la galleria lunghissima che pare un tunnel per l’inferno, il paesaggio apuano che occhieggia tra le nuvole al crepuscolo, le colline verdi e i filari di pini in corsa, fino agli enormi container allineati nella zona industriale del porto di Livorno.
Poi scende la sera, veniamo fagocitati dalla balena Moby nel cui ventre trascorreremo la notte, e il giorno seguente tra le piantagioni di cozze del Porto di Olbia ci accoglie un’alba pensosa, per la prima volta in tanti anni senza un raggio di sole, ma con un tempo da lupi dipinto di tempesta.
Eppure proprio per questo l’insolita alba è amabile, meravigliosamente degna di essere ritratta come un evento eccezionale e custodita come una perla nell’hard disk dei ricordi.

Nota dell’autrice: Le 8 immagini che vi propongo sono fotografie digitali elaborate, cucinate pittoricamente com’è nel mio stile, al fine di renderle più aderenti alle mie emozioni visive.


Simona Ricci – Gruppo delle Grigne / la Grigna

“Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna.”
(Walter Bonatti)

Chi non la conosce!
A Milano nelle giornate limpide, lo sguardo rivolto a nord, esclamiamo: ”Guarda la Grigna come si vede bene oggi!”. Sarebbe più esatto dire LE Grigne: la Grigna settentrionale o Grignone e la Grigna meridionale o Grignetta.
In cima, ma proprio in cima in cima alla Grigna settentrionale a 2410 metri di altezza c’è il Rifugio Brioschi, famosissimo tra gli appassionati di escursioni a piedi. Non agilissimo da raggiungere, ma se ti consideri uno scarpinatore degno di questo nome prima o poi ci vuoi andare!
E così vinti gli indugi, con un gruppo di amici, quelli belli che non ti mollano a metà salita anche se chiedi ogni dieci minuti quanto manca alla cima, sono andata.
Una fatica immane lo ammetto, anche se i miei amici, sempre quelli belli, hanno minimizzato in modo vergognoso! Un dislivello di 1600 metri di ripido e a volte ripidissimo sentiero estivo, gli abiti fradici a causa dell’umidità delle nubi che in estate salgono dal lago e un’unica, costante domanda nella testa: “Ma perché?” .
La cima però è un vero premio a tanta fatica e la bellezza e la potenza del paesaggio da lassù valgono certamente lo sforzo … oltre alla birra artigianale del gestore!!!


Giuliano Leone – Cronaca dalla Spezia: il Palio del Golfo 2019

Da 94 anni nelle acque protette del porto della Spezia, la prima domenica di agosto, si svolge il Palio del Golfo, la regata a colpi di remi tra le 13 borgate che si affacciano sulla ventina di chilometri del litorale spezzino (da levante: Tellaro, Lerici, Venere Azzurra, San Terenzo, Muggiano, Fossamastra, Canaletto, Marola, Cadimare, Fezzano, Le Grazie, Portovenere e, a ricordare l’altra faccia storica del Golfo, quella legata alla Marina Militare, il CRDD-Circolo Ricreativo Dipendenti Difesa).

Le barche, dalle caratteristiche esattamente uguali, oggetto di ossessive spesso turbolente misurazioni, hanno quattro vogatori e un giovanissimo timoniere talora al femminile e devono percorre 4 volte il campo di regata per un totale di 2.000 metri. La competizione, a livello agonistico molto sentita (a volte troppo) dagli equipaggi e dai relativi supporter, è preceduta nella stessa giornata da altre regate remiere e alla stessa fa seguito, con il buio, un esorbitante – lo dico anche per i costi da emirato arabo, tipologia non conforme alla fattispecie – spettacolo pirotecnico di circa mezzora.

E’ noto come gli spezzini trovino sempre un pretesto per “mugugnare” sull’organizzazione e sui complessivi esiti dell’intera kermesse, che ha inizio il venerdì precedente con la sfilata in città dei rappresentanti delle borgate, relative esibizioni folcloristiche e carri allegorici, prosegue il sabato con una tavolata propiziatoria, più che altro mangereccia, di circa 500 metri lungo il corso principale, e si conclude la domenica con le regate, i fuochi, gli stand gastronomici , mercatini vari e le giostre.

Il mugugno spezzino è una branca del mugugno ligure (esistono studi specifici in materia) ed è caratterizzato da un sovraccarico di cinico sarcasmo con abbondanti spruzzi di rinunciatario fatalismo. Sarà forse perché gli spezzini risentono della loro condizione di liguri di confine, addirittura discendenti dall’antica Luni che è già Toscana, con propaggini nella vicina Emilia (gli spezzini venivano arruolati in Marina ma anche negli Alpini). E sono portatori sani di una sindrome identitaria dovuta al meticciamento tipico delle città di mare, anteriore all’attuale di altra origine (un evviva comunque ai meticciamenti, specialmente nel momento in cui sto scrivendo, cioè oggi 5 agosto 2019 …), spesso risolta con abbondanti libagioni sia locali che di chiara contaminazione, quali focaccia liscia o al formaggio, torte di verdura e verdure ripiene, linguine al pesto, risottino alla pescatora, farinata, sgabei, panigacci e testaroli, sugo di funghi, “ravieuï”, fritto di paranza e acciughe sotto sale, spaghetti allo scoglio e al sugo di muscoli (così qui si chiamano i mitili o cozze abbondantemente coltivati), muscoli ripieni …

Ed è proprio per arrivare primi a portare al mercato il pesce ma soprattutto l’oro nero (cioè i muscoli) che sembra sia nata la gara remiera. Una gara che se non sei lì dal pomeriggio a cuocerti sotto il sole, iniziando la stessa intorno alle 19, e ben piazzato sul limitare fisico e simbolico della banchina che separa il mare dalla terra ferma (impensabile una qualsiasi collocazione nelle tribune, accaparrate dall’anno precedente), difficilmente riesci a seguire nel suo complesso. Ben vengano quindi i maxi-schermi e i più recenti droni. Per i dettagli invece – e se te la senti – è meglio essere cane sciolto e magari annusare dove tira il vento della vittoria. Verso cui dirigersi, come ho fatto io quest’anno (erano secoli che non mi decidevo a presenziare, dopo l’adolescenza – perché anche se lombardo di adozione spezzino io sono e si sarà capito), sgomitando e rischiando il tuffo poco igienico nel poetico Golfo, o meglio nel suo porto, in cerca di indizi fotogenici. E’ toccata così all’armo e ai fan del Cadimare, o Cadamà nel locale idioma, vincitori dell’odierno Palio e dello stesso pluri-vincitore nel passato, e “pirati” di professione. Però, secondo copione, qui nessuno osa dire che ha vinto il migliore.


Andrea Mele: Genova

Per chi ci è nato (come me) Genova è un posto irresistibile, oggetto di nostalgia simile al mal d’Africa. Per tutti gli altri è un posto da scoprire e da apprezzare, una volta vinta la proverbiale ritrosia e inospitalità dei nativi. Eccovi alcune immagini, spero fuori da ogni cliché turistico, di luoghi simbolo come il Porto antico, il centro storico finalmente risanato e valorizzato e il centro cittadino.


Giovanni Paolini – Camera vista mare

Quest’anno siamo andati al mare , avevo un appartamento al terzo piano con una vista mare fantastica e ho passato del tempo seduto sul balcone con tutte le varianti di luce e situazioni che ci sono nell’arco di un mese.
Quando hai una camera vista mare, puoi lasciare il tuo cuore e la tua mente scorrazzare liberi in quell’azzurro e tutti i tuoi cattivi pensieri spariscono come per magia. L’animo si quieta e tutto tace. Il tuo corpo e la tua mente si svuotano per lasciare spazio solo all’azzurro del cielo che si tuffa nel mare.E’ una di quelle emozioni che ti rimettono al mondo senza bisogno di niente Che tu sia stressato o preoccupato , una vista mare è un toccasana che ti rimette in ordine .
Ecco quando guardavo il mare tutte queste sensazioni mi prendevano e stavo bene interiormente. Ho manipolato le immagini togliendo le cose che non erano coerenti a quello che avevo in mente e quando scattavo , io “vedevo “ quello che vedete .
Un caro saluto a tutti e viva il mare .
Giovanni paolini


Paola Chiastra – La magia di Varenna

Non perdere tempo a scrivere tradirai di meno, vai torna a vedere,
vai ad esempio sulla sera, d’autunno da solo, a Varenna,
sul molo, in silenzio nell’ora della luce obliqua e velata:
alle spalle le case anch’esse in punta di piedi dai ripidi vichi ferme a guardare.
Meglio se persona amica t’accompagna – ma in silenzio- qualcuno
che ti sia indiviso: gioia
lo esige onde farsi ancor più godibile:
è l’ora della pace. Vai
e vedi e guarda e lascia che ti prenda la grazia e tu ami perfino di essere quello che sei.
E’ meglio è se qualcuno potesse appena affidare ai colori (ma quali? E come?) il prodigio:
con la passione di Van Gogh,
perché duri,
e grazia ancora continui a sperare: ma tu non dire nulla!…
”.
Padre David Maria Turoldo


Claudio Manenti – Driiinnn “Domani venite a cena con gli zii ?”

Basta una semplice telefonata della mamma, che ti invita per una grigliata con gli zii, e sei catapultato in un vortice.
Ritrovare dopo molti mesi gli zii e i cugini che vedi poco durante l’anno è una bellissima iniezione di allegria e di fiducia.
Vedere un piccoletto di quasi 14 mesi, che trottolando con una stabilità da migliorare, gironzola per tutta la sera tra le sedie è bellissimo.
La vita scorre davanti a noi con una velocità impressionante e spesso, presi dalla frenesia del lavoro e degli eventi, non ce ne accorgiamo.
Questi scatti voglio fermare alcuni momenti delle poche ore passate in famiglia”, con tre generazioni intorno alla stessa tavola e una super – grigliata di dividere tra tutti i commensali.


Chiesa di Santa Veronica in Castelveccana, di Roberto Crepaldi

Gli affreschi recuperati grazie ad un mirabile restauro (1995) risalgono al 1300, nel 1608 quando la Rocca venne riconquistata dai Borromeo, furono aggiunti una terza campata e l’ingresso frontale, (in origine era laterale), il campanile risale circa alla metà del 1500, il pronao fu costruito nel dopoguerra come ex voto per la fine del tragico conflitto, furono i cittadini a trasportare sulla rocca le pietre necessarie alla sua costruzione. Il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster fu presente alla fine dei lavori e diede la Sua benedizione. Vedi anche LINK: http://rcrepaldi.wixsite.com/santaveronica


Salin de Aigue-Mortes, Camargue, Francia – Luglio 2019, di Alessandra Antonini

In ogni viaggio che intraprendo all’estero vengo sempre attirata da luoghi con le saline, probabilmente ne sono attratta pensando a tutto ciò che vi era dietro nei tempi passati ed ancora oggi. Mi incuriosiscono molto i colori e le grandi distese di acqua di mare trattenuta con delle delimitazioni quasi regolari a formare delle grandi vasche .
Penso al lavoro da formichina che i cosiddetti salineri , i quali si tramandano questa attività di padre in figlio , che con pala e carriola raccolgono il sale in piccole collinette bianche , abbronzatissimi , quasi bruciati dal riflesso accecante del sale.
E qui alla salina di Aigues – Mortes nella Camargue Francese, che di morto proprio non ha nulla, mai mi sarei aspettata di poter salire a piedi su di una montagna di sale enorme per poter ammirare tutta la zona circostante.
Inoltre un’ effetto strano nel vedere delle ruspe svettare sulla cima di una montagna di sale e riflettersi in una vasca di evaporazione di un colore rosa intenso dato da milioni di microalghe “ Dunaliella” non visibili all’occhio umano.
Gli occhi mi si riempiono di questo rosa con l’azzurro del cielo ed ecco che le immagini prendono corpo dalle emozioni , un mondo fuori dal mondo tutto da scoprire. Testo e foto di Alessandra Antonini