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Dalla “Street” alla strada – Renato Corpaci

Non pretendo di essere un grande fotografo. Semplicemente ritengo, facendo parte di una comunità che si chiama “PHOTOMILANO”, di essere autorizzato a lanciare un sasso nello stagno per una riflessione su quello che si fa quando ci si aggira per il mondo con in mano una macchina fotografica.

Non penso di appartenere a un genere di fotografo in particolare e mi piace scattare qualsiasi tipo di fotografia. Le foto che scatto vengono ripartite in certe caselle virtuali che ho installato nel mio archivio.

Certamente non considero di voler essere associato esclusivamente alla “Street”, ma mi piace seguire un percorso all’interno di questo genere fotografico che, pur essendo seriamente minacciato da noiosissime regole di privacy, incontra ancora grande interesse. Anche se poi oggi mi va di parlare proprio della “Street Photography”.

Dato che gli apparati digitali (tranne un modello di Leica, che io sappia) registrano foto a colori, per me il bianco e nero rientra nel campo dell’elaborazione delle immagini o della “post produzione”. Non esito a trasformare un’immagine a colori in B&N, se penso che possa migliorarne l’impatto, ma mi rifiuto di pensare in B&N quando ramingo vado errando in cerca di opportunità fotografiche.

La questione è anche quanto una persona sia stata influenzata dalle immagini che si è trovata davanti nel corso della vita. Un’educazione umanistica, anni di visite ai musei di belle arti intorno al mondo, cinema, l’osservazione del lavoro dei maestri della fotografia, tutto contribuisce a farti sentire un brivido lungo la schiena quando ti trovi a inquadrare un possibile “centro”.

Date queste premesse, è possibile scattare fotografie veramente originali?

Non sono sicuro di sapere che cosa significhi la parola “originale” in questo contesto. Azzardo che si dovrebbe aspirare a un certo equilibrio in termini di inquadratura, o colore, o contrasto o… tutte le cose insieme e, d’altra parte, significato, impatto, simbolismo, racconto… Tutto questo dovrebbe essere legato da qualcosa che io chiamo “forma”. Dati questi ingredienti, “originale” è la pietanza che li dosa meglio, aggiungendo forse qualcosina che renda il sapore clamoroso o, almeno, sorprendente.

Fin qui per quanto concerne il discorso in generale e qui entra in gioco la “Street”, che io estendo a includere tutti i posti caratterizzati da una marcata presenza di estranei.

Certi fotografi sono molto bravi a spaziare nei luoghi pubblici evitando di riprendere persone che siano riconoscibili. Non è il mio caso. Io entro a gamba tesa, ignorando qualsiasi etichetta o privacy.

Riprendo le persone così come si trovano, per lo più inconsapevoli di trovarsi agganciate al mio fuoco automatico. Risparmio giusto i soggetti che si trovano in condizioni indecorose o imbarazzanti (ma non sempre).

Molto è lasciato al caso. Spesso è come sparare nel mucchio senza neppure prendere la mira. D’altra parte, certe cose sono impossibili da controllare ed è emozionante, una volta tornati alla base, verificare che qualcosa di succoso è rimasto intrappolato nell’inquadratura.

La caccia è attività umana che presenta sommariamente tre modalità di esecuzione: l’appostamento e l’agguato; l’inseguimento, tipo “caccia alla volpe” o anche “caccia all’uomo”; e poi c’è la caccia che si conduce semplicemente passeggiando per la campagna nella speranza d’incontrare un fagiano o una lepre. Penso che quest’ultima modalità possa descrivere meglio la mia indole in funzione del modo di fotografare in strada.

Che cosa fare di tutto questo? Niente. Mi auguro che in un prossimo futuro queste immagini possano illustrare il tempo nel quale abbiamo vissuto.

Renato Corpaci

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