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Grato Soglio. Racconto dalla terra estrema, di Elisabetta Gatti Biggì

di Elisabetta Gatti Biggì. “Prima ancora del click, mi guida l’istinto. L’empatia con un luogo, con le persone, con un fatto. Raccontare la vita, coglierne gli aspetti oltre i luoghi comuni, nobilitando gli ultimi e sbeffeggiando i primi: le mie fotografie si accompagnano a parole panciali, in una sinergia tra parole e immagini, fotoracconti di vita quotidiana.”

A Grato Soglio c’è il confine, c’è il naviglio le rogge i tralicci e i gabbiani, il capolinea del 15 e il ghetto.
Tutto si ferma lì e non torna più. Come il tempo.
A Grato Soglio non ci sono negozi. Solo vetrine spaccate imbrattate sporche.
E dietro un vetro, due donne che servono il pranzo a una manciata di vecchini, sedia a rotelle e sguardo assente.
A Grato Soglio c’e l’immondizia a mucchi persino al lunedì dopo che è passata l’Amsa.
A Grato Soglio c’e droga mafia degrado paura.
Però che anche la Susi, che aspetta i bambini nel suo piccolo laboratorio di gioco arte e vita.
C’e Saverio che è uno dei boss del quartiere, un boss buono che pulisce i giardini e mette i cesti ai canestri abbandonati, che fa raccogliere le cartacce aa bambini, che quando ti vede da lontano con la macchina fotografica, allunga il passo per raggiungerti e raccontarti.
E c’e Benedetto, occhi azzurri fisico da elfo corre in bicicletta con un kepi da legionario. Lui è siciliano ma vive a Milano da quando era bambino. Si è trasferito al Gratosoglio quando gli han dato lo sfratto. Poi ha incontrato Cecilia, che è calabrese e la sua compagna. Benedetto ha 80 anni, Cecilia 65.
A Grato Soglio, dice, la sera bisogna stare attenti la sera non si esce. E indica il centro di accoglienza e anche il centro per minori non accompagnati che poi forse loro non c’entrano niente. La sera, nel giardino attorno al supermercato, c’e di tutto.
E poi c’e Mafalda.
Ti chiama dall’altro lato della piazza.
Lei è una giornalista? Perché volevo farle vedere la sporcizia però non fotografi me, mi conoscono in troppi, qui.
No, non la fotografo però la ascolto, piccola Mafalda mani lunghe e sottili, capelli banchi in una cricca sulla nuca, viso minuto dal piglio di un soldato.
Mafalda faceva la levatrice alla Mangiagalli, negli anni sessanta.
Prendeva in braccio tutti, ma soprattutto quelli brutti che nessuno voleva.
Mafalda ha due figli, un padre che ha adorato, un compagno che le ha detto uccidilo quando ha scoperto che lei era incinta.
Mafalda fa sogni che le dicono il futuro. Le prendo le mani, parliamo fitto, due uomini ci passano vicino ci guardano. Chissà.
Mafalda mi dice che sognerà che vincerò la lotteria.
Le rispondo no, sogni che la vinca chi ne ha bisogno. Vuole che le porti su la spesa?

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