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Giovanni Mereghetti mostra fotografica a Spazio Tadini: Placespast – di Federicapaola Capecchi

Giovanni Mereghetti

Giovanni Mereghetti mostra Spazio Tadini – Gobi Desert (Mongolia) 2010

Giovanni Mereghetti mostra fotografica a Spazio Tadini, Milano: Placespast – di Federicapaola Capecchi. Dal 17 gennaio al 18 febbraio 2018 alla sede di PhotoMilano club fotografico milanese / Spazio Tadini , il fotografo Giovanni Mereghetti ci porta da Lapaz a New York, da Malpensa a Trinidad, da Marrakech a Pushkar, da Kathmandu al Goageb con un affascinante viaggio. L’esposizione è a cura di Francesco Tadini e Federicapaola Capecchi.

Una questione di assenza

Una questione di pieni e di vuoti, volume, linee di luce e di ombra che l’obiettivo di Giovanni Mereghetti scorge e punta. Una questione di sapersi staccare dalla veduta, dopo una lunga e piena visione. Di un pianeta che sembra senza confini. Una questione di intime geografie. Di un modo di viaggiare e di fotografare il viaggio stesso, come i luoghi, capace di trascendere mura di ogni tipo, e farsi poliforme. Riuscendo a mettere in contatto l’Io del narratore-fotografo e tutto ciò che è alterità: lettori delle fotografie e popoli lontani, insieme.
Quarantadue fotografie (alcune in analogico altre in digitale) selezionate da molteplici viaggi e reportage, unite attraverso il file rouge del senso del viaggio di scoperta, di documentazione, e di ciò che tutto questo muove dentro il fotografo, e negli occhi di chi guarda. Geometrie. Stati d’animo. Frammenti di vita. Memorie, reminiscenze, riflessioni, emozioni passate, impressioni presenti. Giovanni Mereghetti in ognuna di queste fotografie indaga nelle prospettive, nelle forme, nei soggetti. Ognuno di essi ritratto in movimento, reso imprevisto, misterioso, senza tempo e, forse, anche senza un vero “dove”.
La messa a fuoco e la grana di porzioni di mondo che fanno spaziare la nostra curiosità dall’antropologia alla letteratura.
Un diario di viaggio, cultura, reportage e piccole grandi notizie dal mondo. Giovanni Mereghetti illustra seriamente queste porzioni di mondo, racconta pienamente il viaggio e l’avventura vissuta in queste esplorazioni, dà spazio, tempo, narrazione e luce ad ogni aspetto: naturalistico, culturale, umano, antropologico, politico. Insegna come viaggiare, con il rispetto e lo stupore consustanziale alla fotografia. Fotografie che esprimono il senso e il sentimento di un luogo e di un tempo, ritraggono le persone, una cultura, la terra. A volte guarda dal basso verso l’alto proprio come quando si cammina per le strade di una città, altre volte ritrae persone alla ricerca di una condizione sociale; altri scatti sono poco nitidi ma carichi di emotività e dell’istante. A tratti diretto e incisivo, a tratti minimalista, le fotografie in mostra trasportano fino in fondo in ogni diversa situazione, ambiente e mondo e immergono in un racconto da cui difficilmente distogliamo lo sguardo con rapidità, curiosi di sentirne tutte le voci della storia.
Da Lapaz a New York, da Malpensa a Trinidad, da Marrakech a Pushkar, da Kathmandu al Goageb, sembra suggerirci una passione per il viaggio peripatetico – il vero viaggio – quello a piedi, l’unico che consente di attraversare lo spazio in comunione con la fisicità del corpo, permettendo al viaggiatore fotografo di soffrire anche, indagare non solo il luogo ma anche sé stesso e, in fine, conoscersi. Agevolandolo a togliere, scegliere, escludere, cercare spazi di assenza come bordate di luce naturale perfetta, coma la prima luce del giorno.

“Il reportage è un’operazione progressiva della testa, dell’occhio e del cuore per esprimere un problema, fissare un avvenimento o delle impressioni… Siamo chiamati a sorprendere la realtà con quel quaderno di schizzi che è il nostro apparecchio fotografico, a tirarla fuori e fissarla, ma non a manipolarla né durante le riprese, né tanto meno nel nostro oscuro laboratorio con qualche ricetta fatta in casa… Per significare il mondo, occorre essere coinvolti nella scelta di quanto lasciamo fuori dall’inquadratura. È un atto che esige concentrazione, disciplina spirituale, sensibilità, comprensione della geometria.” Henri Cartier Bresson

Scegliere, escludere, lasciar fuori. Una questione di assenza. Che non è una mancanza, non un vuoto negativo, non una negazione. Tutt’altro. Osservate bene le fotografie. Non limitatevi a guardarle, provate a vederle davvero, poi a comprenderle. Lo sentite il suono dell’assenza? Uno spazio libero, vuoto (nel senso orientale del termine) dove risuona un indizio ma che non svela tutto. E sta a noi spettatori ricostruire la storia. Una questione di assenza quella di Giovanni Mereghetti che è un pieno di possibilità che lui lascia, nel racconto, a noi lettori: riprodurre itinerari e mappe di memorie anche nostre, intime, personali; territori o paesaggi interiori o dell’anima, come si preferisce. Quelli che rendono visibile, comprensibile e interpretabile ogni spazio, soggetto, tempo, condizione. Penso a Veils-Iran, il racconto di un difficile contrasto nel terzo millennio, come alle due enormi spade di Baghdad 1996 luccicanti di una frontiera del proibito. Forse anche per questo sono tutte in bianco e nero: in bianco e nero suggerisci, non affermi. Giovanni Mereghetti in queste fotografie sembra suggerire luoghi e spazi da attraversare, vivere, ma anche perdere prima che qualcosa possa veramente accadere ed essere raccontato. Suggerisce luoghi, mondi e storie che ispirano movimento, che ci fanno fare lunghi tragitti, anche oltre la fotografia stessa, che ci trasportano attraverso individui, concetti, idee, cose, oggetti, prospettive, pensieri. E ci permette di dare spazio all’”assenza” dell’autore. Una specie di voluta, intelligente e attenta “disparition” [*], con la quale ci propone il suo desiderio e la sua tensione di stare dentro il paesaggio e tutto ciò che lo circonda, partecipe non solo testimone. Dentro fino in fondo per guardare, vedere e indagare anche sé. Una vera necessità di indagine. A tutto tondo. Comprendente anche la natura del suo sguardo, del nostro e del tempo …

Perché i ricordi nella mente cambiano?
Eppure faccio il fotografo. Ho la fortuna di mettere a fuoco. Non solo di guardare.” Giovanni Mereghetti

Questa è Placespast

Federicapaola Capecchi

Note: [*] Mi riferisco ai vuoti scenici o ai vagabondaggi dei personaggi di Michelangelo Antonioni. L’autore in realtà è in tutte le sue immagini creando continue domande e stimoli: cosa descrivono/raccontano davvero questi paesaggi? Quale è il significato più intimo di questa immagine?

Giovanni MereghettiPlacespast

mostra fotografica

17 gennaio – 18 febbraio 2018

Casa Museo Spazio Tadini / PhotoMilano club fotografico milanese

Spazio Tadini, via Niccolò Jommelli, 24 -20131 Milano
0039-0226110481
Mattino: solo su appuntamento
Pomeriggio: da mercoledì a sabato dalle 15.30 alle 19,30
domenica dalle 15 alle 18.30
Ingresso: 5 euro – bambini gratis- associati (3 euro)- La casa Museo offre periodicamente anche ingressi liberi per alcuni eventi.

 

 

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