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Ron Arad, di Francesco Tadini – grandi designer

Ron Arad

Ron Arad – la schermata della homepage del suo sito web ufficiale

Ron Arad, di Francesco Tadinigrandi designer raccontati per PhotoMilano aspettando il Fuorisalone 2019. Il club fotografico milanese sarà impegnato – l’anno prossimo – a organizzare un grande evento per la Milano Design Week al quale faremo partecipare un numero molto nutrito di designer emergenti da tutto il mondo presso la sede della Casa Museo Spazio Tadini. A preparare questa manifestazione – nella quale la fotografia giocherà un ruolo non certo secondario – cominciamo a sintetizzare, con un ciclo di articoli, i maître à penser del design contemporaneo. Il primo designer scelto è personaggio – che ha collaborato, tra l’altro, anche con importanti aziende italiane – che ha saputo muoversi su un fronte talmente vasto della progettazione da essere considerato, ormai, un artista a tutto tondo: Ron Arad nasce a Tel Aviv il 24 aprile 1951 con qualcosa in più: la creatività nel DNA. Con una madre pittrice e un padre fotografo era inevitabile che anche il figlio divenisse un artista. Dopo aver studiato all’Academy of art a Gerusalemme si trasferisce a Londra a soli vent’anni dove continua i suoi studi artistici alla Architectural Association – per cinque anni sotto la guida di Peter Cool e Bernard Tschumi –  prima di iniziare l’attività lavorativa professionale come designer e architetto. Attività che lo renderanno uno degli esponenti maggiori del design britannico.
Ma chi è Ron Arad? Un designer? Uno scultore? Un inventore? Possiamo dire che Ron Arad è un’artista a 360 gradi.

Il percorso di Ron Arad

La creatività di questo favoloso artista israeliano è unica, tanto che negli anni Ottanta si impone nel mondo dell’arte con le sue costanti sperimentazioni di alcuni materiali come l’acciaio, l’alluminio o la poliammide, riuscendo, molto presto, ad attirare l’entusiasmo  della critica.
Nel 1981 fonda, nei dintorni di Covent Garden, lo studio di progettazione One Off insieme a Caroline Thorman, responsabile della parte commerciale; un’agenzia creativa che non è solo uno spazio di lavoro ma anche un luogo di sperimentazione. Lo studio diventa famoso in pochissimo tempo grazie al fortunato esordio della progettazione di una serie di mobili in tubo metallico.
Sempre con la Thorman e appoggiato dall’architetto canadese Alison Brooks apre, nel 1989, lo studio Ron Arad Associates dove svolge attività di architettura e design di scala più ampia.
Il suo estro arriva anche in Italia nel 1994, dove fonda il Ron Arad studio a Como che rimane in attività fino al 1999. In quegli stessi anni insegna alla Hochschule fur Gestaltung di Vienna, una scuola superiore di progettazione fondata nel 1953 portando agli studenti tutte le sue conoscenze nel campo della progettazione grafica e del disegno industriale.
È stato professore alla Royal College of Art di Londra fino al 2009.
Durante gli anni dell’insegnamento non ferma la sua attività di sperimentazione e progettazione che lo portano a ricevere innumerevoli premi e riconoscimenti come iF design nel 2003 e la medaglia della London Design Week per l’eccellenza del design nel 2011.
Nel 1994 è stato invitato a curare l’edizione dell’International Design Yearbook e, nel 2013, entra a far parte della Royal Academy of Arts.

I lavori di Ron Arad e la loro importanza estetica

Il fortunato esordio dell’artista risale agli anni Ottanta, periodo di svolta radicale per il design tradizionale. Generalizzando si potrebbe dire che i designer, in quegli anni, erano soliti uscire da ogni tipo di restrizione e di regola architettonica basandosi esclusivamente sulla loro creatività che venne considerata, in alcuni casi, anche molto spinta.
Questo nuovo concetto di design ha permesso ad artisti come Ron Arad di creare opere originali, pezzi unici che molto spesso sono state considerate delle vere e proprie opere d’arte tanto che, a Miami, è stata dedicata una mostra proprio per permettere a tutti di vedere i pezzi realizzati negli anni Ottanta.
Ron Arad accetta la provocazione tipica di quegli anni e lancia una delle sue opere più famose: Rover Chair (1981), la celebre seduta dal design post moderno che combina il seggiolino di un’auto con una struttura tubolare. Questo perché, secondo Ron Arad, il design doveva cambiare, passando dalla creazione di oggetti prettamente funzionali ad altri che fossero meno utili ma indiscutibilmente belli.
La sedia, è stato il primo capolavoro dell’artista; Rover Chair nasce da materiali abbandonati, è proprio il designer, infatti, ha raccontare di aver preso il seggiolino dell’auto da un cassonetto dove qualcuno lo aveva buttato. Dopo averlo portato a casa e osservato a lungo ha creato quel pezzo unico e inimitabile. Era il 1981 e, per più di un anno, la Rover Chair è rimasta a casa dell’artista fino a quando Jean Paul Gaultier, che capitò nello studio di Ron Arad per commissionare un lavoro, notò la Rover Chair e non solo la volle portare con sé, ma ne ordinò altre sei. Da quel momento la poltrona divenne un best – seller. Tutti la volevano e Ron, insieme ai suoi collaboratori del One Off, acquistò tutti i sedili delle Rover che trovava per realizzare nuovi pezzi.
Da allora la Rover Chair conquistò la critica e in poco tempo era richiesta da molte associazioni artistiche, fu esposta anche al Pompidou di Parigi.

L’estro di Ron Arad, che trae ispirazione da tutto quello che trova per strada, ha collocato, da allora, l’artista nell’Olimpo del design e dell’architettura per la sua ricostruzione delle forme con strutture estreme.
Nel 1989 produce la poltroncina Little Heavy chair che diventa immediatamente un’icona del design, tanto che Moroso, famosa azienda di progettazione e produzione, decide di produrla in serie, come le famose sedie Tinker che nascono da una lastra di metallo battuta a mano con un martello in gomma fino a trasformarsi in una sedia confortevole. Ron Arad ha confessato che questo procedimento viene ripetuto fino a quando è il materiale stesso a dichiarare di essere divenuto una sedia.
Le sue divulgazioni volumetriche e le nuove forme date a mobili come sedie e poltrone si sono affermate proprio negli anni Ottanta conquistando non solo la critica ma gran parte delle persone che, eccitate dallo spirito rivoluzionario e di cambiamento di quegli anni, appoggiarono in pieno le idee di Ron Arad, anche per i materiali innovativi e ecologici impiegati da un artista che è riuscito a dimostrare, fin dagli esordi della sua carriera, di voler sfuggire alle regole.
Le sue sperimentazioni non si esauriscono solo nelle sedie e nelle poltrone, tra i suoi pezzi più famosi si ricordano anche le luci dalle forme sinuose che ricordano quelle dei serpenti: prodotti unici e singolari come Spyre per Ingo Maurer creato in edizione limitata. Anche in questo caso la fantasia dell’artista ha superato ogni limite.

Le tecniche e i materiali usati da Ron Arad

Tutti i pezzi di Ron Arad hanno la caratteristica di trasformare materiali industriali in opere d’arte. Senza togliere nulla ai volumi, al comfort e al gusto, l’artista utilizza l’acciaio, l’alluminio, il materiale sintetico e la poliammide per modificare forme tradizionali ed è riuscito a rendere massima le potenzialità di questi elementi piegandoli ai suoi progetti. Le sue prime creazioni, che risalgono al 1981, erano realizzate con materiali di scarto e con prodotti facilmente reperibili come, ad esempio, il cemento.
Parlando ancora della Rover Chair va ricordato che Ron Arad non utilizzò un seggiolino per auto qualunque ma uno di una Rover, perché la seduta era perfettamente ergonomica e in vera pelle. La gioia nel vedere un’opera così riuscita lo portò ad acquistare due sedili rossi presso un deposito di rottami. In quel momento Ron Arad non lavorava per nessuno e, spendere 29 sterline per qualcosa che era stato buttato via gli sembrò una follia. Ma non si arrese, iniziò a fare disegni e bozze e creò due poltroncine.
Con il passare degli anni le sue sperimentazioni si sono orientate verso materie più moderne, come per esempio la plastica. Ed è proprio con questa che crea delle particolari poltrone empty, la cui traduzione letterale è vuoto. Perché è proprio il vuoto a rappresentare l’elemento che contraddistingue questo progetto. Nella poltroncina il volume del vuoto riveste l’importanza maggiore ed è ricavato scavando l’interno della creazione.
Un’altra tecnica di lavorazione di Ron Arad è rappresentata dalla compressione degli oggetti metallici. Tra le opere famose forgiate in questo materiale c’è Caddy compression del 1987.
Il lavoro di Ron Arad si basa in primo luogo sulla scelta dei materiali. È stato l’artista stesso a decretare: alle volte è il materiale stesso che identifica la funzione ma in alcuni casi è la funzione che richiede un certo tipo di materiale.

Le collaborazioni importanti di Ron Arad

Inutile dire che sono state molte le personalità e le aziende di architettura e design a chiedere una collaborazione con Ron Arad. L’artista, oltre che con Moroso, con la quale ha firmato molti progetti, ha dato il suo contributo ad altre aziende di primo piano come Vitra. Si deve ricordare la Well Tempered Chair, una sedia il cui nome significa ben temprata. Fu realizzata con dei fogli di acciaio elastico tramite i quali l’artista eseguì una serie di sperimentazioni perché la seduta doveva essere bella ma riuscire a sopportare il peso di una persona. L’azienda Vitra impiegò più di un anno per reperire il materiale giusto e la produzione si interruppe nel 1993 per la scomparsa dai mercati dell’acciaio necessario: un’ulteriore dimostrazione che i pezzi di Arad sono unici. Dopo la sedia dal bel carattere, l’artista ha pensato di crearne una dal cattivo carattere: la Bad Tempered Chair, una sedia realizzata in fibra di carbonio e Kevlar tenuti insieme da poliestere a forma di sandwich.
Ha fatto storia anche la collaborazione di Ron Arad con Kartell, per la quale ha firmato due pezzi che sono entrati di prepotenza nell’Olimpo del design: la libreria Brookworm e la sedia FPE. La libreria, ancora riprodotta da Kartell è flessibile, sinuosa e assume la forma desiderata senza perdere le caratteristiche di resistenza e funzionalità. La sedia FPE è morbida e sinuosa, colorata o bianca, ottenuta da una ingegnosa lavorazione che prevede la curvatura di un’unica lastra di materiale plastico da fissare su due paralleli tubolari di alluminio; non a caso la sigla FPE sta per Fantastic Plastic Elastic.
Oltre a dare un enorme contributo nel mondo della mobilia d’avanguardia, Ron Arad firma una serie di produzioni per complementi d’arredo come gli accessori prodotti per Alessi, per esempio le ciotole Baby b.o.o.p. realizzate nel 2001 in acciaio inossidabile. Le ciotole sembrano delle sculture in alluminio soffiato dove le cavità sono state realizzate senza l’utilizzo di stampi ma create soffiando con grossi tubi di acciaio sulle lastre di alluminio elastico portate ad alte temperature.
Altra collaborazione da segnalare è quella con Bonaldo per la quale ha realizzato Ron – Aldodown che vinse, nel 2003, il premio iF Design Award.

L’estro di Ron Arad arrivò anche in Italia, nel 2014 ha personalizzato la Fiat 500 dandole il nome di 500 Ron Arad Edition realizzata in serie limitata e venduta nel novembre dello stesso anno.

 

Ron Arad ha partecipato anche a innumerevoli progetti architettonici. Tra questi ci sono il foyer del teatro dell’Opera di Tel Aviv, un progetto iniziato nel 1988 e inaugurato nel 1994 dove l’artista è riuscito a creare un luogo unico e festoso.
Nel 1997 ha costruito per la rivista Domus, nel centro di Milano, un totem formato da una serie di sedie impilate con un unico foglio di alluminio formato, dove sulla cima ha posizionato un’altra sedia contenente uno schermo digitale che serviva per pubblicizzare gli eventi salienti del Salone del Mobile.Ha realizzato le tipiche strutture lisce e sinuose dell’Hotel Puerta America, a Madrid nel 2005 utilizzando per le pareti l’acrilico in superficie solida, e lo stile futuristico dell’Hotel DuOmo a Rimini nel 2005;  il centro commerciale Mediacite in Belgio, realizzato nel 2009 … e il museo del Design Holon in Israele del 2010.

Le mostre di Ron Arad

L’artista è stato ed è tuttora protagonista di un’innumerevole serie di mostre. I suoi lavori sono stati esposti in musei e gallerie d’arte fondamentali. Alcuni suoi pezzi sono parte del patrimonio di gallerie come il Centre Georges Pompidou di Parigi, il Metropolitan Museum of Art di New York, il Victoria & Albert Museum di Londra e il Vera Deign Museum in Germania.
Oltre a queste si ricordano mostre come quella del 2009 al Moma, intitolata: Ron Arad no discipline dove sono state esposte oltre 140 opere che hanno fatto storia e che continuano a farla.
Nel 2013 è stato protagonista della mostra In Reverse, dove l’artista ha schiacciato sotto un rullo compressore le mitiche 500, togliendo loro ogni caratteristica di profondità, come se si trattasse di un cartone animato o del disegno di un bambino.
Vari suoi pezzi sono stati esposti all’interno del Salone del Mobile di Milano nel 2013 dove ha fatto scalpore la panchina Folly (una panca in polietilene senza schienale). Sempre in quell’anno ha partecipato alla Biennale di Venezia portando una serie di disegni realizzati su vetro da una mano meccanica pensata proprio dall’artista. La mano incideva lo stesso disegno che Ron Arad faceva su un iPad, in una lastra di vetro retroilluminata.

Lo scorso aprile è stato protagonista, ancora, al Salone del Mobile della Milano Design Week per Venini, dove l’artista ha portato una serie di vasi realizzati con la tecnica del vetro soffiato. Questo il link della mostra: https://www.domusweb.it/it/eventi/salone-del-mobile/eventi-domus/2018/venini-i-vasi-con-gli-occhiali-di-ron-arad.html

Per conoscere tutte le opere di Ron Arad ecco il link al sito web ufficiale: http://www.ronarad.co.uk/home/
Per chi non si vuole perdere la 500 schiacciata suggerisco questo link: https://www.collater.al/std-ron-arad-reverse/

Francesco Tadini – fondatore di PhotoMilano club fotografico milanese

Francesco Tadini ha creato – consulta la sua pagina su questo sito all’indirizzo https://photomilano.org/francesco-tadini/ – nel giugno 2017 il gruppo Facebook “Photo Milano, passione (e non solo) per la fotografia” che comprende, attualmente, più di 2600 iscritti. Il club fotografico ha sede presso un’altra creatura di Francesco Tadini: la Casa Museo Spazio Tadini in via Niccolò Jommelli 24 a Milano che – insieme all’altra fondatrice della casa museo, Melina Scalise e alla curatrice e agente fotografica (oltre che coreografa di fama) Federicapaola Capecchi – supporta l’attività del club con l’organizzazione  di mostre fotografiche, workshop e serate conviviali.  Alle esposizioni collettive e personali  – da giugno 2017 a oggi – hanno partecipato centinaia di fotografi milanesi e non. Il progetto di PhotoMilano è nato con l’intento di unire e rafforzare le relazioni tra fotografi professionisti – di vari settori – e le migliaia di appassionati che nella fotografia vedono non solamente uno svago, ma un’occasione vitale di crescita progettuale ed espressiva.

 

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