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Joel Meyerowitz: Festival della Fotografia Europea – di Federicapaola Capecchi

Joel Meyerowitz al Festival della Fotografia Europea 2018: due giorni di fotografia a Reggio Emilia iniziando dal grande street photographer Meyerowitz con la mostra Transitions aperta fino al 17 giugno 2018 –  Il sole è alto e caldo, quasi estate, e con questo spirito positivo alle 15:30 del pomeriggio inizia una full immersion nella fotografia. La decisione è di iniziare da un grande, Joel Meyerowitz, perché presente di persona, e perché sarà lui a fare la visita guidata alla sua mostra. Ingoiato un panino, via di corsa a Palazzo da Mosto, dove è la mostra Transitions: 1962-1981 a cura di Francesco Zanot .

Chi è Joel Meyerowitz

E’ una delle leggende viventi e dei maestri della fotografia di strada e l’idea di poterlo avere a pochi centimetri fa sgomitare tra la folla per pararsi dinanzi a lui, pronti a pendere dalle sue labbra. Gli ottant’anni di Joel Meyerowitz sembrerebbero uno scherzo se non fosse che all’anagrafe risulta classe 1938; non ci sono, non nel fisico, non nella postura, non nello sguardo di due occhi vividi e luminosi, accesi sul mondo e sulle persone. È stato tra i primi ad utilizzare il colore – un uso pionieristico già nella metà degli anni ’60 -, e facendone un vero e proprio linguaggio. All’inizio lo alterna con il bianco e nero – si racconta che andasse in giro con due Leica, una a colori e una in bianco e nero – e nel 1972, forse supportato anche dagli esperimenti di Eggleston, adotta definitivamente il colore.

Il mondo è a colori dice. E da subito manifesta questa predilezione, sostenendo anche che la fotografia a colori contenga più informazioni, e che rappresenti una sfida più complessa, che lo costringe a essere più attento in termini di composizione, perché un piccolo tocco di colore sullo sfondo può cambiare il significato dell’intera immagine.

Art director in una grande agenzia di pubblicità, innamorato delle fotografie di Robert Frank lo conosce durante un servizio fotografico; così decide di dimettersi, e in breve tempo collabora con autori del calibro di Diane Arbus, Lee Friedlander, Tod Papageorge, Tony Ray-Jones, Garry Winogrand con i quali costituisce di fatto la nuova generazione di street photographers americani. Attraversa New York e registra tutto, da buon fotografo di strada, dai piccoli eventi a quelli casuali, il territorio urbano, volti, ogni singolo dettaglio, anche minimo ma rivelatore.  E lo fa in anni che stavano segnando grandi cambiamenti, dove le potenzialità dei singoli Paesi e delle società sembrano esponenziali mentre gli equilibri del mondo manifestano qualche debolezza: la situazione di Cuba, del Sud Africa con Mandela, il blocco URSS e USA .

L’uso della pellicola 25 Iso, relativamente lenta, lo costringe fin da subito ad essere lui stesso più lento e meditativo, cercando di combinare più elementi e azioni nei suoi scatti.

Nella mostra “Transitions:1962-1981” attraversiamo buona parte delle trasformazioni del suo fotografare, e ogni singola fotografia, così come il nucleo/ciclo cui appartiene, ci sofferma sulla comprensione degli elementi distintivi e caratteristici della sua fotografia. Ci invita subito a fare attenzione a come, in fondo, lui componga delle sorte di tableaux vivants, obbligandoci dunque a diventare velocemente attivi per individuare tutti gli elementi della composizione e a saper percepire ogni movimento – singolo o collettivo – delle persone. Perché sono tutti questi elementi, insieme ai tagli di luce, al colore, alle forme che, composti e visti all’unisono, danno vita alla fotografia.

Sperimenta vari formati. Joel Meyerowitz ha scattato per un lungo periodo con una Leica da 35 mm, ma presto decide di sperimentare altro.  Prova così ad usare una 8×10, per intenderci la macchina usata da Ansel Adams, di grande formato, che richiede di essere portata su un treppiede ma con il vantaggio che i negativi sono molto grandi anch’essi e ricchi di dettagli. Una prova che muta in qualche modo il suo modo di guardare il mondo. Tutto è capovolto, e già questo cambia completamente il modo di relazionarsi alle cose. E le decontestualizza. Portandolo non a comporre la foto ma a relazionarsi prima di tutto con cosa lo spinge, lo attrae verso quel soggetto.

Joel Meyerowitz

La concentrazione sullo scatto della fotografia è dominante. Racconta come sia difficile, nella fotografia di strada, destreggiarsi nella molteplicità di cose che si muovono e avvengono in essa, e così altrettanto sia difficile la composizione, la scelta di una buona inquadratura. Spesso sono talmente tante le cose e le persone che individuiamo in simultanea che ci perdiamo in mille analisi e riflessioni, perdendo, però, anche così di vista lo scatto, il limitarci solo a “scattare la fotografia”.

La prima domanda che Joel Meyerowitz si è posto quando ha iniziato a fotografare per strada è stata: “Come scelgo cosa fotografare?” E per spiegarci quale sia stata la risposta trovata nel tempo, racconta quanto fosse intenso stare per strada, a volte persino paralizzante: le tante persone, la luce che cambia continuamente, le strade che si intersecano creando anch’esse ulteriore movimento, i momenti in cui non riesci ad essere abbastanza veloce con la macchina fotografica … un caos o un pieno … paralizzante a volte. Da qui la necessità di individuare esattamente a cosa la sua attenzione stava rispondendo e se questa risposta fosse concentrata e ricettiva. Come capirlo davvero? Scattando, scattando, scattando foto, stampandole, guardandole attentamente, e parlandone con altre persone, il più possibile. Non è possibile dare un ordine logico nostro a tutto ciò che avviene per strada, ci dice Meyerowitz, l’importante è scattare. Come è importante scattare quando è il momento, che probabilmente non ha nemmeno la cornice ideale o perfetta, ma non importa. Perché “quello che è in gioco  è la connessione tra te e quello che sta accadendo e/o il soggetto, e ancor più, la forza, l’assolutezza di questa connessione.”

Connessione, momento decisivo, tutto e ora: ogni elemento è importante, il momento stesso diviene soggetto, e ogni dettaglio – anche il più distante – contribuisce a raccontare la storia. Guardando con attenzione le fotografie in mostra ci si accorge di come alcuni suoi “modi di fotografare”, chiamiamoli così, siano assolutamente funzionali ad andare in profondità e a cogliere meglio i momenti e gli elementi che in modo migliore si prestano a raccontare l’intera scena.

Joel Meyerowitz contro una fotografia iconografica

Per esempio scatta spesso dietro a finestre, palazzi, oggetti, elementi architettonici, cosa che mette lui e noi come al sicuro, al riparo dallo sguardo dei soggetti, attivi o passivi che siano.  Ama la fisicità di attraversare le folle, detentrici di un’incredibile energia gestuale, ed è attratto dalla frammentazione della vita urbana. Insegue una fotografia che indaghi la complessità, le interrelazioni, le sfumature contro una fotografia semplice e iconografica. Su tutto, dalla street ai ritratti al paesaggio cerca e si concentra sulla sconfinata diversità e dinamica cromatica e del mondo. Tra le parole d’ordine che lui ci svela e le fotografie in mostra ci confermano vi è anche di interrogarsi sempre, costantemente. Chiedersi chi sei, cos’è la fotografia e cosa stai cercando, e cosa vuoi raccontare. Cattura in ogni istante i sentimenti. Ritiene che nulla sia mai banale. Anche l’ordinario ha in sé di che raccontare e trasmettere sentimenti. È socialmente consapevole, qualsiasi cosa stia fotografando; consapevole del punto di vista, della connessione e di quello che vuole trasmettere. Sente di avere una responsabilità sociale e morale come fotografo. È sempre molto attento a cosa includere e cosa escludere. E, soprattutto nella street, sembra volerci dire che la fotografia di strada non consiste solo nel catturare un soggetto/momento singolo ma nel ricercare un significato nella interrelazione tra cose non correlate tra loro e nel creare a quel punto un racconto e un contesto.

La mostra ci conferma come per tutta la vita abbia cercato un proprio codice, un proprio linguaggio; condensa street e pittura (dipinge anche) alla ricerca di un segno indelebile (anche rispetto alla memoria) che racconti l’umano e la città, l’essere e le sue forme. Dalla street in bianco e nero a Cape Cod, da Out of Darkness a Empire State e Everyday Life intesse e fissa trame, documenta, ricerca e rappresenta significato, e risalta la profonda connessione tra lui e il soggetto o il momento che sta fotografando. Porta la propria visione, fedele e consapevole del fatto, forse, che ogni linguaggio personale porta con sé un grosso valore culturale, politico e sociale, e forse anche di rivoluzione.

Federicapaola Capecchi

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I principali lavori di Joel Meyerowitz

 35mm Color – Street Photography35 mm Black & White35 mm Color – Early color 1962/63Cape lightSt.LouisePortraitsEmpire StateEveryday life

Il suo sito https://www.joelmeyerowitz.com/

Biografia breve – Fonte International Center of Photography

Joel Meyerowitz studia alla Ohio State University. Art director a New York fino a quando non decide di darsi alla fotografia. È un autodidatta. All’attivo ha diverse pubblicazioni e libri fotografici: Cape Light (1978), St. Louis and the Arch (1980), Wild Flowers (1983), Redheads (1990), Bay / Sky (1993) solo per citarne alcuni. Numerose le mostre personali nel tempo, circa 350: Museum of Modern Art, Museum of Fine Arts di Boston, all’Art Institute di Chicago e altrove. Egualmente numerosi i premi e le borse di studio ricevute tra le quali la celebre Guggenheim.

 

PhotoMilano

Francesco Tadini ha creato – consulta la sua pagina su questo sito all’indirizzo https://photomilano.org/francesco-tadini/ – all’inizio del mese di giugno 2017 il gruppo Facebook Photo Milano, passione (e non solo) per la fotografia che raggiunge e unisce, attualmente, più di 2600 iscritti. Il club fotografico ha sede presso un’altra creatura di Francesco Tadini: la Casa Museo Spazio Tadini in via Niccolò Jommelli 24 a Milano che – insieme all’altra fondatrice della casa museo, Melina Scalise e alla curatrice e agente fotografica (oltre che coreografa di fama) Federicapaola Capecchi – supporta l’attività del club con l’organizzazione  di mostre fotografiche, workshop e serate conviviali.  Alle esposizioni collettive e personali  – da giugno 2017 a oggi – hanno partecipato centinaia di fotografi milanesi e non. Il progetto di PhotoMilano è nato con l’intento di unire e rafforzare le relazioni tra fotografi professionisti – di vari settori – e le migliaia di appassionati che nella fotografia vedono non solamente uno svago, ma un’occasione vitale di crescita progettuale ed espressiva.

 

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