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Magnus Wennman il fotoreporter svedese a Cortona on the move – di Federicapaola Capecchi

Il fotoreporter Magnus Wennman, vincitore di due World Press Photo Awards e cinque volte vincitore del premio Swedish Photographer of the Year, oggi sabato 14 e domani domenica 15 luglio 2018, sarà al Festival Cortona on the Move con un workshop organizzato da COTM Summer School, in collaborazione con Canon Academy. Un’occasione per fotografi di ogni livello per approfondire l’affascinante dimensione della narrazione visiva, e per incontrare un bravo fotoreporter.

Magnus Wennman è Svedese, classe ’79. Fa il fotoreporter da quando ha 17 anni. Inizia la sua carriera presso il quotidiano Dalee Demokraten e lavora in più di 80 paesi. Le sue tematiche, le sue osservazioni sono di tipo sociale: segue le elezioni americane come la crisi dei rifugiati in Africa, segue il Medio Oriente e le crisi e dinamiche dell’Europa. All’attivo ha numerose mostre di cui, tra le ultime, Where The Children Sleep, esposta in 17 paesi; più di 70 premi e cinque volte la nomination come Fotoreporter dell’anno; due World Press. Lavora anche come regista: è suo il cortometraggio Fatima’s Drawing la cui protagonista è una bambina rifugiata che racconta la sua storia attraverso i suoi disegni.

Where The Children Sleep

Where The Children Sleep è un racconto molto bello. È la storia di quando scende la notte a chiudere o spalancare gli occhi di bambini Siriani sfollati. È la storia delle paure, delle mancanze, delle assenze, dei giocattoli stretti al petto come scudi nel buio, del letto e del cuscino che non c’è più, dei sogni di coperte e coccole, del momento in cui andare a dormire … prima che fosse un nemico, del sonno … che non è più una zona libera e serena. Magnus Wennman ha visitato innumerevoli campi di accoglienza in Medio Oriente e in tutta Europa e lì ha incontrato moltissimi bambini, cui ha chiesto di mostrargli dove ora dormono. Così è nata questa narrazione visiva, intensa, a volte cruda, ma con un finale aperto.

Magnus Wennman da volto, nome e racconto ai milioni di bambini rifugiati costretti nei campi, a volte, sul ciglio della strada, a queste vite violentemente sradicate.

C’è il volto e la storia di Lamar di Baghdad, 5 anni, incontrata ad Horgos, Serbia con i suoi continui ricordi delle bambole e del trenino lasciati nella casa dove la bomba ha cambiato tutto. Il suo viaggio nel mare della Turchia per giungere in Ungheria, che la vede dormire in una foresta.

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

C’è Abdullah, 5 anni, incontrato a Belgrado, Serbia, che dorme fuori dalla stazione di Belgrado. Stanco, malato e impaurito. Una malattia del sangue che la madre non riesce a curare non potendosi permettere il cibo e quindi tantomeno i medicinali, e negli occhi l’uccisione della sorella avvenuta davanti a lui nella loro casa di Daraa.

Ahmed, 6 anni, ce lo presenta con il volto nascosto nel braccio sul quale ha posato la testa per addormentarsi. Il letto è un prato d’erba. Un bambino coraggioso, che piange solo la sera, e che nelle lunghe traversate con lo zio (che lo ha preso in carico quando il padre è stato ucciso nel nord della Siria), si porta da solo e con fierezza la sua borsa con le sue cose.

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Maram, 8 anni, era in casa quando un razzo ha fatto crollare il tetto dell’abitazione. Giorni di coma ed ora una mascella rotta, non curata. Maram non parla più.

Ralia, 7 anni, e Rahfa, 13, vivono e dormono nelle strade di Beirut dove madre e fratello sono morti sotto i colpi di granata. Con loro il padre e le scatole di cartone per dormire.

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Moyad, 5 anni, è fotografato in un letto, un letto vero, è un letto d’ospedale, da campo. Ci volta le spalle, ma il corpo è rilassato, forse solo dorme. Il suo braccio destro si poggia sulla spalla sinistra, vediamo solo le dita, che sembrano quasi una carezza, da solo a sé stesso. Una granata lo ha ferito in testa, nella schiena e nel bacino. La madre è morta sul colpo.

Poi c’è il volto e la storia di Walaa, 5 anni, di Aleppo, le cui lacrime piene, tonde, che invadono tutto l’occhio, l’iride e la sclera, sembrano il soggetto in primo piano di questa fotografia, prima ancora che il suo viso. Quando scende la notte Walaa piange, piange ininterrottamente e non vuole poggiare la testa sul cuscino. Mentre la madre prova a costruire una piccola casetta fatta di cuscini, per convincerla che non c’è nulla da temere.

Ahmad, di 7 anni, quasi sfonda l’inquadratura della fotografia, con questi piedi abbandonati al sonno. Buttato a terra, il volto schiacciato sullo zaino, e questo braccio sinistro così poggiato, così stanco. Ahmad dorme sull’asfalto, insieme a centinaia di altri rifugiati, lungo l’autostrada che porta al confine chiuso dell’Ungheria. Nei giorni fortunati la notte per lui scende sugli autobus o nella foresta.

Shiraz, 9 anni, non parla, guarda fissa il cielo e giace in un letto di legno giorno e notte. Quando aveva solo 3 mesi fu colpita da una forte febbre che il medico diagnosticò come poliomelite. Prima ancora di poter dare contro e torto a chi consigliava di non spendere soldi per i medicinali perché la bambina era spacciata, è arrivata la guerra. Così la madre l’ha avvolta in una coperta di lana e ha inziato a correre oltre il confine da Kobane alla Turchia.

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Shehd, 7 anni, Magnus Wennam ce la presenta con una scelta visiva, di piani, luce e colori, secca. Vediamo pezzi di coperta, pezzi di cartacce, angoli; nonostante il rosa della giacchetta della piccola, il colore della fotografia risulta livido, ovunque sposti lo sguardo, niente di rassicurante. Nemmeno la treccia lunga e composta di Shehd, né quegli occhi che intuiamo essere grandi e neri, ma che speriamo rimangano a dormire ancora un po’ così, apparentemente sereni. Shehd non disegna più, non gioca più, non ride più, parla solo di armi e di fame.

Amir ha 20 mesi. Nato rifugiato. La madre ha 32 anni ed è preoccupatissima che Amir sia stato in qualche modo traumatizzato mentre era in grembo. Perché Amir non ha giocattoli ma cerca di giocare con tutto quello che trova nella tenda e nel campo, perché Amir ride spesso ma non pronuncia una sola parola.

E poi ci sono i volti e le storie di Iman, 2 anni, Mohammed, 13 anni, Juliana, 2 anni, Sham, 1 anno, Abdul Karim, 17 anni, Mahdi, 15 anni, Maha, 5 anni, con questo primo piano anch’esso livido, quasi vitreo, dove la mano della madre ad accarezzarle i capelli, sparisce nella morsa di questi occhi che forse davvero hanno già visto troppo da non temere più niente. C’è Dina, 1 anno, Gulistan, 6 anni, Tamam, 5 anni, Esra, 11, Esma, 8, Sidra, 6 anni; Fatima, 9 anni, Fara, 2 anni; ci sono i loro parenti, i campi, la strada, i kilometri e il sentirsi continuamente straniero.

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Il reportage fotografico di Magnus Wennman

Queste fotografie di Magnus Wennman, molte delle quali sono state pubblicate su quotidiani e magazine di tutto il mondo, ci offrono uno sguardo e un racconto sulle condizioni di vita dei più vulnerabili all’interno della popolazione rifugiata, i bambini. Costretti ad affrontare responsabilità, esperienze e realtà che nessun bambino, e forse nemmeno nessun adulto, dovrebbe dover sopportare.

Con questo reportage, Magnus Wennman, restituisce alla fotografia il pieno del suo essere catalizzatore per un cambiamento positivo della sociatà. Illustra, documenta, racconta, narra, sensibilizza, ispira; come altrettanto mi auguro dia vita ad un dibattito, ad un confronto, fors’anche uno scontro, se fosse utile, per incidere sui problemi sociali.

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

Foto Magnus Wennman, where the children sleep

La fotografia è l’unico linguaggio – insieme a quello dello spazio unico della scena – capace di comunicare universalmente e immediatamente, senza distinzioni di ceto, classe, religione, sesso. È l’unico linguaggio capace di giungere ad un punto di vista al quale non si giunge da soli – e che fotografia e teatro catturano – quel punto di vista che prende forma nella critica sociale, graffiante e incisiva, che sposta il “fuoco” (e le parole) del discorso e la visione delle cose.

Con queste fotografie, inoltre, a me personalmente, è tornato in mente un passo di Tucidide […] La nostra città è aperta al mondo; noi non cacciamo mai uno straniero […] Noi siamo liberi di vivere proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo[…]Noi amiamo la bellezza e benché cerchiamo di migliorare il nostro intelletto, non ne risulta tuttavia indebolita la nostra volontà[…] Riconoscere la propria povertà non è una disgrazia presso di noi[…]Un uomo che non si interessa dello stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e, benché soltanto pochi siano in grado di dar vita ad una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla strada dell’azione politica, ma come indispensabile premessa ad agire saggiamente[…]Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà […] – Tucidide, II -37-41 –

Io, fossi in voi, andrei a Cortona on the move a conoscerlo.

Federicapaola Capecchi

Cortona on the move 2018

http://www.cortonaonthemove.com/

info@cortonaonthemove.com

PhotoMilano club fotografico milanese

Francesco Tadini ha costituito – vedi la sua pagina su questo sito all’indirizzo https://photomilano.org/francesco-tadini/ – nel giugno 2017, il gruppo Facebook Photo Milano, passione (e non solo) per la fotografia che raggiunge e unisce, attualmente, l’attività di più di 2600 iscritti. Il club fotografico ha sede presso un’altro progetto di Francesco Tadini: la Casa Museo Spazio Tadini in via Niccolò Jommelli 24 a Milano che – insieme all’altra fondatrice della casa museo, Melina Scalise e alla curatrice e agente fotografica (oltre che coreografa di fama) Federicapaola Capecchi – supporta l’attività del club con l’organizzazione  di mostre fotografiche, workshop e serate di presentazione.  Alle esposizioni collettive e personali  – da giugno 2017 a oggi – hanno partecipato centinaia di fotografi milanesi e non. Il progetto di PhotoMilano è nato con l’intento di unire e rafforzare le relazioni tra fotografi professionisti – di vari settori – e le migliaia di appassionati che nella fotografia trovano non solo uno svago, ma un’occasione vitale di crescita.

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